OBIETTIVO NAPOLI – Vittoria pesante ma prestazione grigia: così la Champions resta un’illusione
C’è una premessa che non può essere elusa, quasi fosse un atto notarile prima del dibattimento: la vittoria pesa. Pesa tantissimo. Pesa in chiave Champions, pesa nella corsa europea, pesa nella psicologia di un gruppo che si trascina tra cerotti e fisioterapisti. Ma una vittoria non è un’assoluzione plenaria. È un risultato. E tra risultato e prestazione, spesso, scorre un fiume.
Si può vincere male? Certo che sì. Si può vincere giocando contro l’ultima in classifica e lasciare in eredità più dubbi che certezze? Anche. Perché se è vero che gli infortuni sono tanti – e qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare di chi sia la responsabilità di questa ecatombe – è altrettanto vero che contro il fanalino di coda, dopo aver avuto la fortuna (sì, fortuna) di passare in vantaggio, non puoi trasformare il possesso in un esercizio di retropassaggi.
Palla indietro, ancora indietro, poi di nuovo indietro. Un gioco piatto, orizzontale, timoroso. Un calcio che non offende, non incide, non rischia. Vomitevole è parola forte, ma rende l’idea dello scoramento di chi guarda e si chiede: dov’è il coraggio? Dov’è la verticalizzazione? Dov’è l’istinto di chi vuole chiuderla, non amministrarla come un’eredità scomoda?
centrocampisti sembrano aver firmato un patto di non aggressione con la profondità. Nessuno che osi una giocata che rompa le linee, nessuno che accetti l’eventualità dell’errore pur di tentare la superiorità. È il calcio della paura, non quello dell’ambizione.
Tra le maglie larghe dell’anonimato si sono visti lampi isolati. Allison – talento che non si discute – ha mostrato qualità e personalità, ma anche quella acerbità che a certi livelli non perdona: tempi di gioco ancora da affinare, scelte da sgrezzare. Vergara, invece, ha acceso qualche miccia con piedi e fantasia, dimostrando che il calcio non è solo schema ma anche intuizione. Il resto? Una processione verso la quasi sufficienza. Ordinati, diligenti, ma senza anima.
E con questa intensità, con questa energia, la Champions resta un miraggio più che un obiettivo. Ritrovare gli infortunati sarà fondamentale, certo. Ma non basta recuperare gambe: servono testa, coraggio, ritmo. Serve un’altra musica.
Poi, al 96’, il boato. Il gol di Romelu Lukaku. Il gigante belga che torna a ruggire dopo sette mesi di sofferenza per un infortunio grave. È la nota romantica di una serata grigia, l’abbraccio che supera l’analisi tattica. Per lui siamo felici, sinceramente felici. Perché certi ritorni meritano rispetto.
Ma una rondine non fa primavera. E un gol allo scadere non cancella una prestazione indecente. Se l’obiettivo è la Champions, il tempo delle scuse è finito. O si cambia passo, o sarà il campionato a finire in fretta. E con esso, le illusioni.
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