Lodola accende il teatro dell’Ariston con l’omaggio luminoso a Pippo Baudo
PAVIA. Luglio 1978, un Pippo Baudo quarantaduenne e baldanzoso sale sul palco per la festa di Sant’Anna a Dorno e canta Donna rosa. È già famoso, ha diretto due edizioni di Canzonissima. Piazza Bonacossa è gremita di gente e, incuriosito in mezzo alla folla, c’è un giovane Marco Lodola.
«Di certo non mi sarei mai immaginato, allora, di conoscere Baudo di persona e addirittura di dedicargli una mia scultura» ammette oggi l’artista. Nemmeno l’arte, del resto, era già nell’orizzonte visivo di Lodola che, dopo aver mosso i primi passi negli anni Settanta, esplode nei primi anni Ottanta quando fonda il movimento del Nuovo Futurismo. Poi le sue sculture luminose l’hanno reso celebre in tutto il mondo.
L’incontro con il Pippo nazionale avviene nei primi anni Novanta. «A Sanremo, con sua figlia Tiziana – ricorda Lodola – e poi ancora nel 2008, il suo ultimo festival, condotto insieme a Piero Chiambretti. Mi aveva da subito colpito per la sua gentilezza, una signorilità d’altri tempi, e per la simpatia».
All’Ariston Lodola è di casa, consuocero di Walter Vacchino, il gestore del teatro sanremese. «La facciata fino ad allora era spoglia – spiega l’artista – così mi fu chiesto di pensare a un progetto. Il primo allestimento fu una sorta di pentagramma sul quale, al posto delle note, campeggiavano simboli e strumenti musicali». Poi sostituiti dalle faccine, uno dei marchi di fabbrica di Lodola. «Volti senza connotati – dice – perché avevo pensato alle tante persone che rimangono fuori dal teatro. Per anni non ho dato loro un volto per trasmettere il messaggio che siamo tutti uguali. C’è una canzone dei Bone Machine che ci ricorda che le ossa sono sempre bianche, uguali per tutti nel mondo, indipendentemente dal colore della pelle».
Da qualche anno anche quell’allestimento ha lasciato il posto a un grande videowall con i ritratti, a scorrimento, di cantanti e personaggi famosi che sono passati dall’Ariston. Da Fiorello ad Amadeus, da Chiambretti ad Achille Lauro. E al grande Domenico Modugno.
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Il primo ritratto, quasi per gioco, Lodola lo fece a Renzo Arbore. «E’ diventata subito una cosa contagiosa – racconta l’artista – Si è scatenata la richiesta di ritratti, un po’ come accadeva nel Rinascimento».
Nella hall del teatro, invece, campeggia da quest’anno anche l’omaggio a Pippo Baudo: una grande scultura luminosa che spalanca le braccia come a cingere tutto il suo pubblico. —
