“Noi come i Coma_Cose? Se ci intervistano i giornali di gossip si addormentano”: così Maria Antonietta e Colombre
La felicità, per Maria Antonietta e Colombre, è un diritto fondamentale. Un principio comunitario ed universale che, all’interno del brano “La felicità e basta”, in gara al Festival di Sanremo 2026, ha una concezione sociale e, a tratti, politica. I due cantautori, oltre ad essere colleghi, sono compagni da 15 anni. Ed anche se uno dei ragionamenti più immediati potrebbe far pensare ad una partecipazione in stile Coma_Cose 2.0, Maria Antonietta e Colombre assicurano che non hanno intenzione di sposarsi (in un contesto così mediaticamente appariscente). Intanto, al TG1 delle 13.30, Carlo Conti ha annunciato i duetti dei cantanti in gara. I due cantautori si esibiranno con Brunori Sas sulle note di “Il mondo” (Jimmy Fontana). In occasione del loro primo Festival di Sanremo gli artisti hanno raccontato, a FqMagazine, la genesi ed il significato del brano “La felicità e basta”.
Com’è nata “La felicità e basta”?
Maria Antonietta: Nella cucina di casa nostra, l’abbiamo scritta lì per un 70%. È nata dopo aver ascoltato ad un karaoke una canzone.
Colombre: Sì, ero andato al karaoke di un mio amico, e fa sempre molto ridere quando lo fa. Era estate e delle ragazze hanno cantato un pezzo di Lola Young che non conoscevo. Ho chiesto cosa fosse e quando l’ho sentivo ho detto “bellissimo questo pezzo, sarebbe interessante volare da quelle parti con quelle melodie”. Quindi mi sono appuntato una cosa, poi sono tornato a casa e Leti (Maria Antonietta, ndr) ha tirato subito giù parte di testo. C’era una magia, l’abbiamo lavorata quest’estate e poi chiusa in studio in autunno.
Qual è il segreto per restare assieme nel lavoro e nella vita privata?
Maria Antonietta: Ora mi trasformo in una guru delle relazioni… Credo che il segreto sia sempre meno ego e più visione, perché quando hai la consapevolezza che l’altro è in realtà una spalla, una risorsa e qualcuno che ti sprona ad essere migliore, tutto diventa molto naturale. Non c’è da sforzarsi granché, anzi sei felice di condividere la tua vita e il tuo lavoro e la bellezza che hai intorno con la persona che ami, quindi per me è molto facile.
Colombre: In realtà è anche il rispetto degli spazi altrui, dei momenti, delle idee e delle visioni. Poi se hai la fortuna di avere delle visioni simili, ecco che allora nasce una collaborazione che ti porta a scrivere delle cose insieme. È sempre importante quando nelle collaborazioni si avverte anche un materiale umano fondamentale, perché altrimenti diventa compito. E quando è compito diventa qualcosa di meccanico, di plastificato. Quando scrivi canzoni sono sempre cose legate all’umanità e all’arte e, per questi due fattori, devi avere tantissimo tatto e rispetto.
La vostra storia parte da lontano. Siete colleghi e, soprattutto, compagni da 15 anni. Come vi siete conosciuti?
Colombre: Ci siamo conosciuti a una festa di una band di amici in comune che presentavano il loro disco e ci avevano invitato a cantare prima di loro. Canta lei, io la conoscevo solo di nome perché era di Pesaro ed avevamo degli amici in comune. Si esibisce e rimango di sasso. Tocca a me, comincio, ma rompo una corda e le chiedo di aiutarmi, di prestami la chitarra. Me la presta e da lì ci siamo conosciuti ed abbiamo iniziato a suonicchiare insieme. Ed eccoci qua.
A settembre è uscito il vostro album “Luna di Miele” ed ora parteciperete a Sanremo. È una chiusura di un cerchio?
Maria Antonietta: Da un certo punto di vista sì. Poi mi piace molto pensare che, quella presentata per il Festival, sia una canzone che è diventata un superamento del disco stesso. Perché l’album, comunque, ha al suo centro il nostro rapporto, la nostra relazione. Non è uno sguardo chiuso su sé stessi, è una visione che ha una prospettiva di un certo tipo. Invece questa canzone non è d’amore, e anzi ha tutto un layer più politico e con uno sguardo sicuramente più universale. Perché il “noi” del testo non è un “noi due” ma un “noi tutti”.
Parlate di collettività.
Maria Antonietta: Di collettività e quindi c’è uno spostamento. Mi piace molto che siamo partiti dal nostro centro, da una prospettiva, in parte, più privata. Anche se secondo me non autoreferenziale perché quella era la sfida, ovvero di scrivere un disco che s’intitola “Luna di Miele” senza diventare autoreferenziale o zuccheroso. E poi il concept del disco è stato superato da una prospettiva più ampia, universale e politica in cui l’amore è ovviamente presente perché la “rapina” si fa in due e quindi c’è bisogno di un complice. È più facile se il complice è qualcuno che ami, con cui condividere le cose e nello specifico, anche questa pazzia. Nella “Felicità e basta”, la “rapina” per amore diventa più un fatto laterale.
Colombre: Il testo dice “se abbiamo sete, abbiamo fame, siamo soli, non è colpa nostra, non sono i nostri errori”, no? La società ci dice che non siamo perfetti, non siamo abbastanza, non pubblichiamo su Instagram. Ti hanno tolto il follow e il tuo ego se ne va nei bassi fondi, ti senti sempre lì che devi dimostrare, con l’ansia.
Maria Antonietta: “Non sei abbastanza, dovresti impegnarti di più, stai invecchiando…”.
Colombre: Sono tutte cose che la società e questo drammatico capitalismo ti piazza addosso per farti sentire inadatto e continuare a farti comprare della roba che ti fa sentire meglio. Questa cosa affossa anche la tua necessità di essere te stesso. E quando non sei te stesso sei infelice. A quel punto la felicità non fa parte di questa gara dove tutti quanti si devono sentire in concorrenza. La felicità è una cosa che ognuno di noi possiede quando nasce, deve essere un diritto, una cosa che ti spetta.
Maria Antonietta: Anche se non sei bravissimo, bellissimo e performante…
Colombre: Se la società ti butta addosso questo malessere bisogna fare un atto spavaldo, punk, e nell’allegoria fare una rapina per andartela a prendere.
Maria Antonietta: Perché è già tua in realtà, la felicità. Invece il mondo continua a farti arrivare il messaggio che è una questione di merito. Se sei infelice è colpa tua perché “hai sbagliato, non ti sei impegnato, non hai lavorato abbastanza, potresti impegnarti di più per essere più carina… perché ti lasci andare così?”. Questo meccanismo è profondamente malato e lo trovo veramente generatore di una serie di sensi di colpi infiniti, di aspettativa, di pressione e quando si è infelici si è anche molto deboli. E quindi è ovvio che sei più preda di tutto, la felicità è potere. Quando sei felice sei capace di cambiare la tua vita, di cambiare quella degli altri, di fare qualcosa. Secondo me è un’arma potentissima.
Colombre: Però nel ritornello, ad esempio, quando siamo davanti alla felicità, diciamo “Credo che la felicità ti viene subito necessaria”, è x o y. E invece nessuno ha la ricetta per la felicità, perché ognuno ha la sua. Ce la prendiamo, diventa non più l’essere, ma diventa l’azione, il fare. Ce la prendiamo e basta, poi fai come ti pare, la tua felicità te la gestisci come vuoi, qua nessuno è un maestro.
Maria Antonietta: Vuoi un lavoro routinario? Vuoi una moglie? Essere single? È tutto ok. Non c’è da insegnare come si è felici. Ognuno si costruisce la propria di felicità, la vive, la esperisce ed ha i suoi desideri e sono sacrosanti.
La cultura occidentale e il megafono dei social hanno amplificato tutto ciò?
Colombre: Sì, assolutamente, siamo completamente sommersi. Anche se i ragazzi sono sempre più svegli e, ovviamente, sentono questo bisogno di liberarsi da tutto questo. Si sentono che impatta sulla salute. Kendrick Lamar, ad esempio, usa un Nokia del cavolo ormai, non ha manco WhatsApp sul telefono. Le generazioni più piccole percepiscono tutto ciò. Sono in parte nostalgici di quello che hanno vissuto magari i fratelli più grandi o gli zii dove, in un mondo senza internet, potevano vivere delle esperienze incredibili. Su Instagram ci sono quei video, della serie “Guardate come erano le discoteche nel 1992 senza cellulari”, dove ti mostrano la differenza.
Per i giovani il trend del futuro sarà abbandonare le logiche iper-performative?
Maria Antonietta: Il processo sicuramente è lento, perché è ovvio che sia un meccanismo che non è solo legato al social. È difficile da scardinare, sono processi che cambiano la forma mentale delle persone, quindi richiedono molto tempo. Però c’è sempre più la consapevolezza di quanto sia impattante questo tipo di meccanismo e soprattutto del fatto che produce infelicità, tristezza ed un senso di inadeguatezza. Tutta una serie di cose che fanno male. E quando qualcosa ferisce, lo fa anche per tante volte, ma alla fine si comprende il problema.
È un processo lento, ma anche collettivo?
Maria Antonietta: Assolutamente. Anche riguardo alla felicità, penso sia anche un lavoro collettivo, e non solo un fatto privato. Per quello dicevo che è bello che nella canzone la “rapina” la faccio insieme a lui. Perché quando hai un alleato, è più facile riuscire a fare anche cose difficili. Credo che il valore di collettività, per le persone, sia sempre più consapevole e centrale.
La proposta di matrimonio dei Coma_Cose durante Sanremo 2023 non ha portato troppa fortuna. Dobbiamo aspettarci qualche annuncio?
Maria Antonietta: Assolutamente no! (ridono, ndr). Anche perché non ci vogliamo sposare così. Con noi i giornali di gossip hanno poco lavoro, se ci intervistano si addormentano.
Come vi state preparando, da coppia, a gestire le pressioni e i riflettori che il Festival vi punterà addosso?
Colombre: Sicuramente andarci in coppia è una cosa salvifica. È chiaro che c’è anche il controaltare: a volte, magari, uno dei due ha un momento di down, e anche tu lo stai vivendo in parte. Ma è proprio a quel punto devi tirar fuori una forza maggiore per essere di supporto. D’altro canto, il rovescio della medaglia, è che se ci succede una cosa luminosa, questo fascio di luce lo possono vedere e vivere entrambi. Nel film con la colonna sonora di “Into the Wild”, di Eddie Vedder, il protagonista era andato in Alaska da solo e alla fine è morto per aver mangiato una bacca perché era rimasto isolato. È rimasto isolato e alla fine ha detto che “la felicità è la fine della mia avventura, che era semplicemente condivisione”. MI ha fatto sempre molto riflettere. Riflette anche un po’ il nostro percorso, perché abbiamo suonato in posti piccoli, con un senso di comunità, nel mondo indipendente, dove tutti ci aiutavamo e supportavamo per creare una sorta di rete. Anche la felicità deve essere una cosa condivisa, perché da solo non te ne fai niente.
Cosa non deve mancare nella vostra valigia di Sanremo?
Maria Antonietta: Io ho più esigenze sicuramente, sono meno francescana. Non devono mancare un sacco di cose, come le mie pastigliette di acido ialuronico per la voce, perché ovviamente parlerò tantissimo e mi aiutano. Poi i miei vestiti e, in realtà, quando viaggio, porto sempre centinaia di libri. A Sanremo li porterò per non leggerli perché non ci sarà spazio e tempo per farlo, però comunque ci saranno perché mi tranquillizzano, sono lì e mi sento un po’ a casa.
Colombre: Sicuramente un po’ di magliette che hanno fatto parte del percorso di questi anni. Magari quella t-shirt che hai comprato al mercato e ti fa sentire comodo con te stesso ed è come se fosse una corazza.
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