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Февраль
2026

Castellamonte, le famiglie Fornasari e Pistoni riunite grazie ai racconti del partigiano Gugia

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CASTELLAMONTE. La consapevolezza di vivere un momento straordinario, in cui si fondono storia e ricordi personali, è l’impressione di chi ha assistito al primo abbraccio tra i nipoti di Gino Pistoni, morto durante la lotta partigiana mentre soccorreva un nemico ferito, e il figlio di Cornelio Fornasari, amico di Gino, al Centro Martinetti di Castellamonte. Il presidente dell’associazione Terra Mia Emilio Champagne è l’artefice di questo abbraccio generazionale, avvenuto venerdì a inizio febbraio in occasione della presentazione del libro Il partigiano Gugia, ribelle per amore.

Il testo proviene dal manoscritto in calligrafia minuta, stilato sui fogli di un ricettario medico, che Pier Maria Fornasari trova tra le carte del padre Cornelio dopo la sua morte. La pubblicazione è frutto della collaborazione tra Terra Mia e la Fondazione Donat-Cattin, che promuove ricerche, studi e memorialistica, insieme alla casa editrice Baima & Ronchetti. «Appena ho letto il racconto di Cornelio Fornasari inviatomi dal figlio –afferma Champagne – ho compreso l’importanza di questa testimonianza, contestualizzata, puntuale e completa di riferimenti storici. Un documento significativo che mancava nella memorialistica locale».

Pier Maria Fornasari ha iniziato la presentazione del libro del padre parlando di un lungo silenzio. «Per 25 anni papà non ha parlato della sua partecipazione alla Resistenza, salvo in giornate speciali, per esempio quando don Ernesto Tapparo, conoscendo l’amicizia che lo legava a Gino Pistoni, ci invitava agli incontri organizzati nella Casa Alpina di Gressoney. Perché un silenzio di 25 anni? Mio padre aveva molto sofferto per la morte dei compagni di lotta e specialmente per Gino, con cui aveva condiviso il percorso in Azione Cattolica con don Mario Vesco e una grande amicizia. Decide di scrivere solo nel 1970, dopo aver sublimato la sua sofferenza per non aver potuto aiutarlo e, in un certo senso, per averlo abbandonato. Un’esperienza traumatica e scioccante: perché le schegge di mortaio hanno colpito Gino e non me? Perché la drammatica notte di Lace del 29 gennaio 1945, quando stavamo interrogando un generale tedesco che era stato catturato, in pochi scampammo all’eccidio? C’è una forza superiore dietro a tutto questo. Il testamento spirituale di Gino ha accompagnato tutta la sua esistenza: “Morte di un santo, di un rivoluzionario e di un eroe. Ricordi e riflessioni” scriveva all’inizio del suo manoscritto. Un racconto dettagliato di azioni che colpirono molto duramente i giovani partigiani e che mette in luce eventi, riflessioni, dilemmi morali, sentimenti e ideali. Mio padre sottolinea il suo ruolo di cattolico con un grande rispetto per l’uomo e per la vita. La solidarietà che animava e teneva uniti i giovani della Resistenza di ogni idea politica non si è più ripetuta dopo la fine della guerra e di questo papà era deluso».

Pier Maria definisce così il padre Cornelio: «Uomo di frontiera, medico partigiano per tutta la vita, che lavora a Ivrea, Usseglio, San Benigno, poi in provincia di Milano. Era un partigiano quando riuscì a far aprire le prime mense scolastiche per dare almeno un pasto al giorno ai piccoli che crescevano in modo difforme per la miseria; era un partigiano quando riuscì a introdurre programmi di medicina preventiva».

A fine luglio del 1944 moriva Gino Pistoni; a fine luglio del 1973 morì Cornelio Fornasari, a soli 53 anni. La presenza a Castellamonte del figlio Pier Maria, già direttore del Servizio Immunoematologia e Medicina trasfusionale, fondatore della Banca del tessuto muscoloscheletrico, che oggi si occupa di medicina rigenerativa, formazione dei neo-laureati e innovazione medica all’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, è stata molto apprezzata a Castellamonte, insieme a quella di Gianfranco Morgando, già senatore, in rappresentanza della Fondazione Donat Cattin.

Il libro di Fornasari aiuta a interpretare un fenomeno storiografico, la Resistenza canavesana. Tutti i partiti combattevano insieme: preti, operai, monarchici, giovani soldati e ufficiali; le donne nascondevano e preparavano da mangiare ai partigiani o erano staffette. Il dilemma spirituale dei cattolici di fronte al problema della forza armata e della violenza, discusso anche a livello teologico, era molto vivo in un contesto in cui era necessario essere presenti e combattere per liberare l’Italia dopo l’8 settembre 1943. Si cercavano linee e strategie nelle azioni del movimento partigiano tese a ridurre al minimo le perdite umane e le conseguenze sui civili, con rapporti di franchezza e giustizia, amicizia e stima.

Nel suo libro “La ragazza scalza” Saverio Tutino scriveva un intero capitolo dedicato a Cornelio Fornasari, che aveva maturato strategie e azioni di sorpresa, condotte con pochi partigiani tornati sempre tutti vivi.

Il libro di Fornasari si può riassumere da un lato come racconto documentato di un protagonista, al contempo riflessione su come mantenere la dignità umana in un contesto di violenza impossibile da controllare, con la coscienza che è necessario combattere limitando le perdite umane e le sofferenze di chi viene coinvolto suo malgrado.

A Lace, nell'anniversario dell'attacco contro il Comando della 76ª Brigata Garibaldi in cui ebbe scampo per puro caso, Cornelio Fornasari diceva: «Gino Pistoni, Ugo Macchieraldo, Walter Fillack, Ferruccio Nazionale e tutti i compagni di lotta partigiana, non ci avete lasciati per sempre. Pur nella diversità di credenze e convinzioni abbiamo lottato insieme per la costruzione di un'Italia migliore, libera dallo straniero oppressore, in cui ogni opinione, credenza morale, sociale e politica possa godere di rispetto, senza essere soffocata con la violenza, e sia bandito l'odio». E alla fine l’abbraccio tra le famiglie dei partigiani ha reso la serata indimenticabile. piera monti






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