Il chimico che salva l’arte. Marco Leona da Pavia al Metropolitan Museum of Art di New York
PAVIA. La Grande Onda di Hokusai, una delle opere più famose al mondo, passa buona parte della sua vita chiusa in un cassetto. Troppo fragili i suoi colori, l’indaco o il blu di Prussia, per rimanere esposti a lungo alla luce naturale o artificiale. Rischiano di sbiadire (in diversi musei sono esposte copie della xilografia originale). Per le opere su carta - come per le fotografie – il compromesso tra il bisogno di conservazione e la necessità di fruizione da parte del pubblico poggia su un fragile equilibro. I grandi musei internazionali ci lavorano da tempo.
Marco Leona, classe 1967, piemontese che si è formato all’Università di Pavia, dirige da più di vent’anni il dipartimento della ricerca scientifica al Metropolitan Museum of Art di New York. Guida un team di tecnici, scienziati, restauratori, storici d’arte, che usano raggi X, spettroscopie, infrarossi e tecniche microanalitiche. Ne parlerà martedì 24 febbraio, alle 21, al collegio Borromeo di Pavia (di cui è stato alunno), dialogando con Antonella Profumo, docente di Chimica all’Università di Pavia. Il tema: leggere l’arte. Un viaggio tra materiali e significati (posti esauriti, solo lista d’attesa). Per tutta la settimana, inoltre, Leona terrà per gli studenti di Pavia un corso sulla chimica nei musei.
«La mia formazione è scientifica – spiega Leona, accademico dei Lincei – Mi sono laureato in Chimica a Pavia con Paolo Ferloni e poi ho conseguito un dottorato in Cristallografia con Luciano Ungaretti. Due maestri. E molto importante è stata anche l’esperienza da alunno al collegio Borromeo».
Da provette e alambicchi ai capolavori dell’arte. Che percorso ha seguito?
«Ho sempre avuto una passione per il campo dei beni culturali. Una lezione di Giacomo Chiari, a Torino, sull’applicazione dei raggi X al Giudizio Universale mi ha aperto un mondo. Su spinta del professor Ferloni sono partito per gli Stati Uniti, in Michigan, con un post-doc. E’ lì che ho scoperto, parlando con una collega americana, quanto la mia formazione potessere essere interessante per un museo. La prima esperienza a Detroit, in un laboratorio di prevenzione e restauro, poi al Lacma (Los Angeles County Museum of Art) dove sono rimasto per due anni. Una prova del fuoco».
Un passaggio a Washington e infine a New York. Per ventidue anni.
«La chimica è un utile strumento di lettura di documenti diversi che si affianca e integra l’analisi storica fornita da archivi, lettere. Le opere d’arte sono esse stesse testi scritti da molecole. L’attenzione al dato materiale ci permette di guardare sopra la spalla dell’artista di qualsiasi epoca, mentre crea e mentre pensa a come utilizzare un colore, un supporto, un vetro, per rendere il suo lavoro immortale, durevole nel tempo».
Vale anche per le opere contemporanee? «Si usano materiali nuovi, che però sono più fragili, come pvc o acrilici, e l’artista deve calcolarne durata e cambiamento. Le foto a colori, ad esempio, sono sensibilissime e, se l’artista è ancora in vita, è possibile discutere con lui una ristampa e esemplari di riserva».
L’Italia come si adegua alla nuova frontiera della conservazione nei musei?
«Anche qui i musei sono cambiati. Ci sono esempi di grande eccellenza. Penso al Museo Egizio di Torino, diretto da un mio amico, Christian Greco (alunno del collegio Ghislieri, ndr) e a Brera, a Milano, dove i lavori di restauro si svolgono in una cantiere a vista». —
