Board of Peace per Gaza e Maga: Meloni trasforma l’Italia in un protettorato di Trump
La scelta del governo guidato da Giorgia Meloni di aderire come semplice osservatore al cosiddetto “Board of Peace” sulla ricostruzione di Gaza non è un dettaglio tecnico, ma un segnale politico preciso. Ancora una volta, l’Italia si presenta sulla scena internazionale in posizione defilata rispetto all’Europa e in sostanziale appiattimento alla Casa Bianca di Donald Trump fino a traformare il paese in un protettorato
Da Addis Abeba, la presidente del Consiglio ha confermato l’orientamento dell’esecutivo verso l’iniziativa promossa da Washington, rivendicando la scelta come soluzione compatibile con i vincoli costituzionali italiani.
“Siamo stati invitati come Paese osservatore: secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l’adesione al Board of Peace. Dall’altra parte ho sempre detto che con tutto il lavoro che l’Italia ha fatto, sta facendo e deve fare in Medio Oriente per stabilizzare una situazione molto complessa e fragile, una presenza italiana e anche europea sia necessaria. Quindi penso che risponderemo positivamente a questo invito a partecipare come Paese osservatore, a quale livello lo dobbiamo ancora vedere, perché l’invito è arrivato ieri”.
La riunione, convocata a Washington per il 19 febbraio, servirà a presentare il piano multimiliardario di ricostruzione della Striscia di Gaza. Secondo quanto riportato dal The New York Times, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti sarebbero pronti a investire un miliardo di dollari ciascuno, mentre alcuni dei circa venti Paesi invitati valutano l’invio di migliaia di soldati per una forza di stabilizzazione.
Se Washington accelera, Bruxelles frena. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non parteciperà alla riunione inaugurale. Il portavoce per gli Affari Esteri ha ribadito che restano irrisolte questioni relative all’ambito di applicazione del Board, alla governance e alla compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite. L’Unione europea si dichiara pronta a collaborare con gli Stati Uniti, ma nel rispetto delle regole multilaterali.
È proprio su questo crinale che emerge la distanza tra Roma e Bruxelles. Meloni, invece di rafforzare una posizione europea comune su un dossier delicatissimo come Gaza, sceglie di accreditarsi come interlocutrice privilegiata dell’amministrazione Trump, anche a costo di incrinare l’asse con Berlino.
Sempre da Addis Abeba, la premier ha preso le distanze dalle critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz nei confronti della cultura Maga.
“Non condivido le critiche di Merz alla cultura Maga. Queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene. Credo che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di se stessa, che deve fare di più, per esempio sulla sicurezza e sulla colonna europea della Nato, su cui sono d’accordo indipendentemente dal rapporto con gli Stati Uniti”. La premier evidenzia che “lavorare per valorizzare quello che ci unisce piuttosto quello che può dividerci è molto importante per tutti” e prosegue: “Ciò non toglie che l’Europa deve continuare a lavorare per occuparsi di come tornare effettivamente un attore geopolitico”.
La contraddizione è evidente: da un lato l’appello a un’Europa più forte e autonoma; dall’altro la difesa politica della galassia trumpiana, che negli ultimi anni ha messo in discussione proprio l’architettura multilaterale e il ruolo dell’Unione. Ne deriva l’immagine di un’Italia che parla di sovranità europea ma pratica un allineamento selettivo a Washington.
Le opposizioni denunciano apertamente questo scarto. Per Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Partito Democratico, “Giorgia Meloni compie un vero e proprio strappo nella collocazione internazionale dell’Italia. La premier che difende la cultura Maga dalle critiche di Merz, non solo ha ingolfato il presunto motore Italo-tedesco ancor prima di partire, ma dimostra come la subalternità a Trump ci sta portando ai margini dell’Europa, al punto da disertare gli incontri che possono turbare l’inquilino della Casa Bianca”.
Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, parla di una premier “sempre più isolata che trasforma l’Italia in un protettorato politico di Trump”. Per Riccardo Magi, segretario di Più Europa, si tratta di una “dichiarazione d’amore verso l’universo trumpiano, dichiaratamente anti europeo”. Il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia accusa la premier di “scappa dall’Ue”, mentre il leader di Azione, Carlo Calenda, taglia netto: “Meloni ha scelto tra Maga e Merz, e ha scelto la parte sbagliata”.
Al di là delle polemiche interne, resta il nodo strategico: in una fase di profonda instabilità in Medio Oriente e di ridefinizione degli equilibri occidentali, l’Italia avrebbe l’interesse a rafforzare la propria posizione dentro il perimetro europeo, non a muoversi come comprimaria di un’agenda definita altrove. La linea adottata dal governo Meloni — prudente nella forma, ma politicamente allineata alla Casa Bianca — rischia di consolidare l’immagine di un Paese che rinuncia a esercitare un ruolo autonomo per accreditarsi come partner fedele dell’amministrazione Trump. Una postura che, nel medio periodo, potrebbe indebolire la credibilità internazionale dell’Italia più di quanto la rafforzi.
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