Miriam Galanti: la leggerezza è il mio modo di restare a galla
di Alessia de Antoniis
«Se lei avesse una figlia, vorrebbe che sposasse un uomo povero?» «No.» «E allora perché una ragazza povera dovrebbe?». «Mi avevano detto che era scema. A me non sembra.» In Come sposare un milionario, Marilyn Monroe, colta e avida lettrice, recita la parte della scema per essere accettata. Lo farà per tutta la vita, dentro e fuori dal set. Se non è biondoshaming questo…
Dal 12 al 15 febbraio 2026, all’OFF/OFF Theatre di Roma (Via Giulia), debutta in prima nazionale Vita da bionda: un monologo con nervatura stand-up. In scena solo Miriam, con un racconto che parte dall’apparenza — quella che “apre porte e ne chiude altre” — e arriva dritto al punto: stereotipi, sessismo quotidiano, etichette appiccicate come post-it sull’anima. Nel testo nasce anche una parola-chiave, biondoshaming, coniata dalle autrici per nominare un meccanismo sociale che molti trattano da battuta… finché non ti riguarda.
Mantovana di Borgoforte, Miriam si forma a Roma diplomandosi al Centro Sperimentale di Cinematografia: attrice tra cinema, fiction e teatro, negli anni affianca la carriera di interprete (da Don Matteo e Che Dio ci aiuti a Vita da Carlo 3 e alla serie Netflix Sicilia Express) a quella di stand-up comedian.
Nel one woman show Vita da bionda (scritto con Giorgia Ciotola, che firma anche la regia) smonta con ironia i cliché sulla ‘bionda scema’.
Ma se uso la comicità come grimaldello, quali sono i confini etici della risata? E cos’è quella strana cosa per cui una donna può essere al contempo bella, intelligente e profonda, senza che il mondo vada in crash?
E poi, che roba è un “biondoshaming”?
È un termine che ho coniato insieme a Giorgia Ciotola, co-autrice con me di Vita da bionda e regista. – risponde Miriam Galanti – Ho capito che arrabbiarmi non serve: è più efficace ironizzare.
Se dici “questa cosa è sessista”, la gente si mette sulla difensiva. Se la fai sorridere… abbassa la guardia. E lì entra tutto.
Vita da bionda nasce proprio da anni in cui mi sono sentita giudicata prima ancora di aprire bocca: bionda, occhi chiari, sorridente… quindi automaticamente superficiale. A un certo punto ho persino provato a scurirmi i capelli. Poi ho pensato: ma perché devo diventare mora per sembrare intelligente?
La comicità è diventata il mio modo di dire: provo a far sorridere… e intanto smonto il pregiudizio pezzo per pezzo.
“Se sei bionda e carina, o sei stupida o sei mignotta…”. Che cosa ti ha fatto più male: l’insulto esplicito o la normalità con cui viene detto?
La normalità. L’insulto è violento, quindi lo riconosci. La normalità invece è subdola: è detta come se fosse una legge di fisica. Come se una donna non potesse essere insieme bella, intelligente, profonda… e anche ferita.
La cosa assurda è che spesso la leggerezza viene scambiata per vuoto. Io invece la leggerezza l’ho scelta come resistenza. Come diceva Calvino: planare sulle cose dall’alto.
Che non significa non avere macigni. Significa imparare a portarli senza farti schiacciare.
Lo spettacolo è stato inserito nel programma del 25 novembre. Che legame c’è tra ridere della “bionda scema” e il tema della violenza?
Gli stereotipi sembrano innocui, ma sono l’anticamera della violenza. Se ti riducono a una macchietta, se ti tolgono complessità, se ti dicono che vali meno… il passo dopo è trattarti come se valessi meno davvero.
Io parto dalla “bionda scema”, ma sotto c’è lo stesso meccanismo: togliere autorevolezza a una donna.
Ridiamo di quella gabbia lì per far vedere che è appunto una gabbia. Perché a volte una risata apre più porte di mille prediche.
Hai vinto premi per Metamorfosi, un corto sulla violenza di genere. Come si passa dal dramma alla stand-up senza banalizzare?
Non cambio tema, cambio lente. Il dolore resta lo stesso. La stand-up per me non è leggerezza superficiale, è chirurgia emotiva: entri in cose dolorose, ma con il bisturi dell’ironia.
E arrivi comunque in profondità. Io nello spettacolo parlo anche di lutti, di momenti difficili. Solo che lo faccio ridendo. Perché a volte ridere è l’unico modo per sopravvivere.
La stand-up è ancora un ambiente molto maschile. Che resistenze hai incontrato come donna? E quanto pesa l’etichetta “bionda”?
La prima resistenza è che spesso non ti prendono sul serio. E la seconda è che, se fai ridere davvero, si stupiscono. Che è quasi peggio. La stand-up in Italia è ancora un ambiente maschile, ma si sta aprendo molto anche alle donne. Certo molte volte, l’immagine ti precede. Se sei bionda e sorridente, entri già con un’etichetta addosso: “leggera”, “carina”, “non troppo profonda”, “un po’ scema”. Come se ti avessero già spiegata loro, prima ancora che tu apra bocca.
All’inizio mi pesava tantissimo. Poi ho iniziato a giocarci. Se quello è il pregiudizio, tanto vale usarlo. Più che una rivincita, è un piccolo ribaltamento.
Dov’è per te il confine tra libertà comica e responsabilità pubblica su temi sensibili?
Io non prendo mai in giro chi è schiacciato. Prendo in giro il sistema che lo schiaccia.
Se la battuta serve a colpire il debole, non è comicità: è bullismo con il microfono.
Se serve a smontare il potere, allora diventa libertà.
Guardando la tua carriera – cinema, fiction, Sky, Netflix – c’è un filo rosso?
La curiosità. E il racconto. Che sia teatro, cinema o TV, mi stimola raccontare esseri umani, non figurine.
Qual è il pubblico più difficile: TV generalista o club di stand-up?
Il club di stand-up è spietato. Se non fai ridere entro trenta secondi, ti mollano. Ma è anche il più onesto: se funziona, lo senti fisicamente. È una scarica elettrica. In TV puoi nasconderti nel montaggio. Sul palco sei nuda. Ogni volta, prima di cominciare, mi chiedo chi me lo faccia fare: l’ansia mi assale. Poi però finisce, scendo dal palco… e non vedo l’ora di risalirci.
Secondo te la comicità italiana sta cambiando? C’è più spazio per voci femminili?
Sì, ma dobbiamo ancora sgomitare parecchio. Per anni alle donne è stato concesso di essere “simpatiche”, non “comiche”. Che è diverso. Adesso invece stiamo portando sul palco rivalsa, sesso, traumi, contraddizioni. Tutto. Non più la macchietta della fidanzata isterica. Finalmente persone vere. E quando succede, il pubblico risponde, perché si riconosce.
Se potessi smontare con una sola battuta un pregiudizio che non sopporti più, quale sarebbe?
Direi: “Certo che sono leggera. Ma la leggerezza non è vuoto, ma è il mio modo di restare a galla” Perché spesso le donne che sorridono di più sono quelle che hanno pianto di più. Io non sono leggera perché non ho sofferto. Sono leggera perché ho sofferto… e ho deciso di non diventare amara. Planare, invece di affondare.
Crediti e info
Vita da bionda (OFF/OFF Theatre, Roma) — 12–15 febbraio 2026 | di Miriam Galanti e Giorgia Ciotola | con Miriam Galanti | regia Giorgia Ciotola | aiuto regia Fabrizio Mazzeo | musiche Adriano Russo | foto Francesca Marino | luci Andrea Ferraro.
L'articolo Miriam Galanti: la leggerezza è il mio modo di restare a galla proviene da Globalist.it.
