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Io, figlio di esuli, racconto la solitudine di chi non è potuto tornare nella nostra bella Italia

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La legge “30 marzo 2004 n. 92” (“Legge Menia”) ha istituito il Giorno del Ricordo, che viene celebrato il 10 febbraio di ogni anno. Il governo italiano, attraverso questa ufficializzazione dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati dai territori italiani del Nord-Est ceduti alla Jugoslavia – in conseguenza dell’esito della seconda guerra mondiale – ha voluto dare un riconoscimento ufficiale a quella drammatica serie di eventi; che fino alla caduta del Muro era stata tenuta vergognosamente nascosta.

Purtroppo molti esuli sono morti prima di questo riconoscimento, da parte del governo italiano, delle violenze e delle ingiustizie subite da noi, nativi delle terre dell’Adriatico orientale, cedute alla Jugoslavia; penso ai miei genitori che per l’intera vita rimasero dolorosamente legati alla loro cittadina natale: Pisino (Pola) divenuta Pazin, e che misero in pratica, sempre, i valori di un nobile e altruistico amor patrio, basati su onestà, coraggio, solidarietà, dignità, civismo. Essere italiani, per loro, nati in Istria, voleva dire anche questo.

Mario Antonelli e Gioconda Bresciani mai più varcarono il confine italo-jugoslavo non potendo accettare la presenza dell’invasore slavo comunista nelle case e nelle strade del loro luogo natale. E sono morti a casa mia, in Canada, al termine di un doloroso esilio.

Tristemente, in occasione del Giorno del Ricordo non mancano mai le reazioni antitaliane di personaggi che offendono la memoria dei nostri infoibati negando o banalizzando o giustificando le foibe, o compiendo atti di sfregio ai danni di targhe, di scritte, di monumenti. Il che provoca in me disgusto e disprezzo per questi italiani particolari – sono una moltitudine, purtroppo – ammalati di settarismo e che hanno nel sangue la tipica passione degli abitanti della penisola per l’altro, per il diverso, per lo straniero, e nel nostro caso per il nostro nemico.

Si prova simpatia, pietà e solidarietà per i personaggi, ormai molto anziani, che nel Giorno del Ricordo si alternano su scena in Tv e raccontano la loro dolorosa storia. Ma il carattere cerimoniale e ritualistico della commemorazione del nostro esodo, dai contorni ormai un po’ standardizzati a causa anche delle immagini in Tv e sui giornali che sono quasi sempre le stesse, può addirittura acuire il senso di solitudine in chi, come conseguenza di quel dramma, non ha mai potuto raggiungere una normale, egoistica tranquillità interiore. Oltretutto, per questi testimoni televisivi e per i loro figli e nipoti, quella lontana storia fatta di infoibamenti e di violenze sembra essersi conclusa, oggi che ci appaiono serenamente attorniati dagli affetti familiari nella bella Italia.

Io ogni volta provo un disagio esistenziale e quasi un’intima invidia udendo parlare chi ha avuto la grande fortuna di approdare, dopo l’esodo, nel quartiere giuliano-dalmata di Roma o a Fertilia; oppure – ed è la stragrande maggioranza di questi testimoni – in uno dei tanti luoghi piacevoli e talvolta incantevoli della nostra Italia, dove hanno messo per sempre radici.

Da qualche decennio, la memorialistica dei sopravvissuti italiani alla pulizia etnica slava abbonda di testimonianze. Ma solo in una minima parte di queste testimonianze, devo confessare, io ritrovo i tratti della vicenda dei miei genitori e di conseguenza di quella mia. Comparando la storia di questi esuli e figli di esuli a quella della famiglia “Mario Antonelli e Gioconda Bresciani”, io non posso non avvertire un profondo senso di solitudine e di amarezza. Ciò che voglio dire è che la nostra storia familiare è troppo particolare perché io, l’ultimo erede, mi riconosca nelle storie degli altri. Anche la mia resta, comunque, insieme con tutte le altre, inestricabilmente legata ad un’identità collettiva appassionatamente italiana che trae ancora linfa dai ricordi degli esuli. Ma che quindi sparirà, purtroppo, con la morte di questi ultimi.

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