Leone XIV riceve la leggendaria Bibbia di Borso d’Este, in Vaticano dopo 555 anni
Sono passati 555 anni. Più di mezzo millennio scandito dal respiro della storia, dalle dinastie che crollano e dai papi che si succedono. Il mondo è cambiato, e molto profondamente. Eppure, il 5 febbraio, la Bibbia di Borso d’Este ha varcato nuovamente la soglia del Vaticano, portata in udienza dal presidente del Senato Ignazio La Russa come si reca un tesoro in pellegrinaggio. Non un semplice manoscritto, ma il «libro più bello del mondo», come venne definito a più riprese: un prodigio di miniatura dove l’oro e il lapislazzuli afghano sembrano quasi dialogare con la parola divina.
Il ritorno di un capolavoro
Correva l’anno 1471 quando Borso d’Este, fresco del titolo di duca conferito da Papa Paolo II, fece dono del prezioso codice portandolo nella basilica di San Pietro. Da allora, quella Bibbia aveva conosciuto le mani di soli tre pontefici: Paolo II stesso, Pio IX e Giovanni Paolo II. Leone XIV è dunque il quarto papa a toccare l’originale, ma il primo a riceverlo in Vaticano dopo oltre cinque secoli. Un gesto che assume il sapore di una restituzione simbolica, di un cerchio che si chiude attraverso le pieghe dei secoli.
La visita è stata fortemente voluta da La Russa, accompagnato dal segretario generale del Senato Federico Toniato e dalla direttrice delle Gallerie estensi Alessandra Necci, in segno di gratitudine per la presenza di Leone XIV in Senato lo scorso 18 dicembre, quando il Pontefice partecipò alla chiusura della mostra giubilare che aveva proprio la Bibbia come protagonista assoluta.
Quando Gutenberg incontrò Borso
C’è un paradosso affascinante nella genesi di questo manoscritto. La sua realizzazione iniziò nel 1455, lo stesso anno in cui Johannes Gutenberg completa la stampa della sua Bibbia, quella che avrebbe rivoluzionato per sempre la diffusione del sapere. Mentre in Germania la meccanica tipografica apriva l’era della riproducibilità, a Ferrara gli amanuensi e i miniatori lavoravano su un’opera destinata a rimanere unica, irripetibile. Sei anni dopo, nel 1461, il capolavoro era completato: 606 fogli miniati su entrambe le facce, illuminati da pigmenti rari e metalli preziosi.
Un investimento colossale per Borso d’Este, che trasformò il testo sacro in manifesto politico e culturale della propria casata. La bellezza artistica di ogni pagina era anche un modo per affermare che la magnificenza terrena poteva elevarsi fino a rendere omaggio a quella celeste.
Da Treccani allo Stato italiano
La storia moderna della Bibbia passa per un altro protagonista illustre: Giovanni Treccani degli Alfieri, l’imprenditore che nel 1923 acquistò il manoscritto e lo donò allo Stato italiano, salvandolo dalla dispersione. Non a caso, la mostra allestita in Senato celebrava anche il centenario dell’Enciclopedia Treccani, intrecciando due patrimoni culturali che hanno contribuito a definire l’identità nazionale.
Inaugurata il 14 novembre e prorogata fino al 4 febbraio per l’enorme affluenza di pubblico, l’esposizione ha rappresentato uno dei principali eventi culturali del Giubileo 2025, frutto della collaborazione tra istituzioni civili ed ecclesiastiche. Ora, dopo il passaggio in Vaticano, la Bibbia tornerà a Modena, dove sarà eccezionalmente visibile dal 7 al 9 febbraio nella sala Campori della Biblioteca Estense Universitaria.
L’eredità della bellezza
Nel vedere un libro attraversare i secoli e tornare al luogo della sua prima consacrazione, è difficile non provare un pizzico di commozione. Parliamo in questo caso non solo di un capolavoro artistico, ma di un ponte gettato tra epoche che sembrano irrimediabilmente lontane. Fra le mani di Leone XIV, quel manoscritto ha parlato ancora una volta il linguaggio silenzioso ma molto eloquente della bellezza, quella che sopravvive alle guerre, ai regni dissolti, alle rivoluzioni. E che continua a guidarci su cosa davvero meriti di essere tramandato alle future generazioni.
