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La fantascienza è già qui: avanzano le “dark factory”, aziende senza operai. Lo chiamiamo futuro o apocalisse?

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Siamo in piena “fantascienza”, anche se non ne siamo del tutto consapevoli. Le  analisi di massima, le  ipotesi teoriche e “di scuola”, le sperimentazioni da laboratorio  hanno già lasciato il campo  alle applicazioni concrete, a livello di massa. Ed eccoci costretti a fare i conti con  il mondo delle dark factory, “fabbriche oscure”, completamente automatizzate, al buio perché non ci sono le persone e non è necessario accendere le luci. Sono le macchine a fare tutto il lavoro: dalla consegna delle materie prime al prodotto finito.
Gli esempi sono ben visibili. La cinese Xiaomi ha – di recente – inaugurato una fabbrica completamente automatizzata che produce uno smartphone al secondo, è operativa 24 ore su 24, 7 giorni su 7, non impiega operai e opera al buio.  A comandare il tutto c’è la piattaforma di produzione iper-intelligente, Hyper Intelligent Manufacturing Platform.
Un ruolo fondamentale nelle dark factory è giocato dall’intelligenza artificiale,  in grado di analizzare i  dati in tempo reale, ottimizzare  ogni fase della produzione, riducendo gli errori e migliorando il controllo. In questo processo un altro ruolo essenziale viene svolto dai robot industriali, capaci di garantire una precisione elevata ed  operare  senza sosta, eliminando la necessità di intervento umano. Il rischio, alla fine,  è che questo “modello”,  portato alle sue estreme conseguenze, possa  generare scenari apocalittici dove l’essere umano diventa un semplice osservatore del lavoro delle macchine, contando sempre meno.
Che fare, dunque? Assecondare questo modello o cercare altre vie? Arrendersi all’ineluttabile o intervenire sul processo? E come ? Rispondere non è facile, ma porre e porsi domande è il minimo per non essere travolti.
Tra l’idea, un po’ luddista, di opporsi ad oltranza all’invasività tecnologica e quella aprioristicamente “progressista”, fondata sulla positività assoluta della tecnologia, c’è spazio per una “terza via”, in grado di puntare sulla governabilità dei processi socio-culturali e produttivi di trasformazione ?
Il luddismo – giusto per guardare alla Storia – non ha portato  molta fortuna a quanti si opponevano alla prima rivoluzione industriale. Sviluppatosi all’inizio del XIX secolo in Inghilterra (sull’esempio di Ned Ludd, un giovane operaio, forse mai realmente esistito, che nel 1779 avrebbe distrutto un telaio in segno di protesta) il luddismo si manifestò  quale forma estrema di sabotaggio verso le nuove macchine tessili, considerate responsabili dei bassi salari e della disoccupazione. Culmine della protesta fu l’assalto, nel 1812,  alla  manifattura di William Cartwright nella contea di York a cui seguì un processo di massa (164 imputati), che portò a tredici condanne a morte, sulla base della Frame Breaking Bill, una legge che introduceva la pena di morte per  “… coloro che distruggono o danneggiano telai per calze o per pizzi o altri macchinari o strumenti usati nella manifattura del lavoro a maglia su telaio o di qualsiasi articolo o merce su telaio o simile macchinario”.
Migliore risultati – alla prova dei fatti – non ha avuto la corsa del macchinismo industriale, sviluppatosi nella seconda metà del XIX secolo, allorquando l’introduzione di nuovi macchinari, monovalenti, ha favorito l’occupazione di operai dequalificati, fino a realizzare forme aberranti di sfruttamento della manodopera, attraverso l’utilizzo di donne e bambini.
Il taylorismo, nuova scienza del lavoro industriale, assimilato filosoficamente ai pionieri della conoscenza razionale (Da Bacone a Descartes a Taine) fece – si disse – quello che Claude Bernard, padre della medicina sperimentale, aveva elaborato per i fenomeni naturali, legati deterministicamente da relazioni necessarie, funzione di un certo numero di variabili indipendenti, di fattori. Al fondo lo scientismo applicato all’organizzazione del lavoro, alla società, ai modelli economici. Con i risultati che – oggi – sono bene evidenti a tutti e che  Alexis Carrel, Premio Nobel nel 1912, per la fisiologia e la chirurgia fisiologica, condensò nel suo saggio-denuncia L’uomo, questo sconosciuto, critica esemplare verso l’egualitarismo, l’economicismo ed il meccanicismo del mondo moderno e dei suoi risultati: “L’uomo – scriveva Carrel – non sopporta impunemente il sistema di vita ed il lavoro uniforme e stupido imposto agli operai delle fabbriche, agli impiegati di banca, a coloro che debbono assicurare la produzione in massa; nella immensità delle città moderne, l’uomo è isolato e sperduto, è una astrazione economica, un capo di bestiame e perde le sue qualità di individuo, perché non ha né responsabilità né dignità. In mezzo alla folla emergono i ricchi, i politici potenti, i banditi in grande stile: gli altri sono polvere anonima”.
In questo contesto parliamo di luddismo e di determinismo scientista non a caso. L’ emergente  industrialismo fu segnato dai confusi tentativi  del primo e dal trionfo del secondo. Ci fu bisogno di un secolo per moderare le esasperazioni del taylorismo, segnate dall’idea dell’adattabilità della macchina umana (il lavoratore) al ritmo della macchina meccanica. Fino a giungere alle esasperazioni del  fordismo e all’estrema razionalizzazione del ciclo produttivo, attraverso la catena di montaggio.
Ora siamo ad un altro giro di boa nei processi di trasformazione del lavoro. La sfida è con gli algoritmi e con la “straripante perfezione delle macchine” – per dirla con Günther Anders (L’uomo è antiquato) a cui occorre opporre non tanto un generico formalismo giuridico, quanto una nuova volontà sociale, in grado di rendere “partecipate” le nuove trasformazioni tecniche e produttive. Una “terza via” – in buona sostanza – capace  di favorire l’integrazione tra chi i nuovi strumenti tecnologici dovrà gestire (a cominciare dai lavoratori) e chi è il “titolare” dell’azienda (sul quale ricadono peraltro rilevanti responsabilità sociali che vanno ben oltre i confini della singola impresa).
Tra il velleitarismo di marca luddista e il laissez faire, laissez passer, sui cui limiti “gestionali” esiste ormai una ricca letteratura, c’è bisogno di ritrovare una nuova integrazione sociale, che possa contemperare gli interessi in campo,  alimentare la solidarietà,   realizzare un’azione generale e combinata (dalle aziende, al territorio, alle categorie organizzate, allo Stato),  “governare” il cambiamento (con adeguati interventi formativi), porre in primo piano le ragioni etiche ed economiche che debbono stare dietro ai processi produttivi.
Il futuro dobbiamo iniziare insomma  a pensarlo socialmente e culturalmente da oggi, a partire dalle nuove frontiere della rivoluzione tecnologica e dalle sue ricadute sul mondo del lavoro. Come ha acutamente notato Yuval Noah Harari (21 Lezioni per il XXI Secolo)  “le rivoluzioni nell’ambito delle tecnologie informatiche e biologiche sono portate avanti da ingegneri, imprenditori e scienziati che sono appena consapevoli delle implicazioni politiche delle loro decisioni, e che di certo non hanno nessuna delega”. Fino a quando ?
Rispetto alle debolezze strutturali di un sistema  pensato e cresciuto nell’era dei motori a scoppio e delle catene di montaggio e fondato sull’idea del cittadino-elettore, sull’onda della nuova rivoluzione tecnologica appare urgente rimodellare procedure rappresentative, ripensare i rapporti tra tecnica (competenze) e politica (decisione), affrontare le nuove, grandi questioni legate alla ridistribuzione dei redditi (in ragione degli utili). Avendo al centro un’idea ricostruttiva dell’uomo, del lavoro, della società.
“Non si tratta di distruggere le macchine, si tratta – per dirla  con Georges Bernanos (Lo spirito europeo e il mondo delle macchine)  – di rialzare l’uomo, cioè di restituirgli la fede nella libertà del suo spirito, assieme alla coscienza della sua dignità”. Di fronte a questi principi non c’è algoritmo che tenga. La sfida è aperta, a partire proprio dal lavoro che cambia. Esserne consapevoli è già una buona strada per provare ad uscirne se non proprio vincenti (rispetto al potere assoluto della tecnica) almeno non con le ossa rotte.

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