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“Napoli è fragile ma poi ti graffia, ti fa male, ti seduce. Whoopi Goldberg a Un Posto Al Sole? Mi ha sorpresa. Sanremo 2026 chissà, vediamo…”: così Serena Rossi

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Celebrare l’amore per la propria città è anche essere consapevoli delle diverse sfaccettature, dei limiti, dei colori. Serena Rossi, la sua Napoli, la apprezza così com’è, con “i suoi tratti fascinosi e vulnerabili”. Le ha dedicato lo spettacolo teatrale “SereNata a Napoli” e, adesso, anche l’omonimo disco. Un album che raccoglie quattordici cover con cui l’attrice, celebre tra le altre produzioni per la fiction Rai Mina Settembre e il film su Mia Martini Io sono Mia, omaggia la tradizione musicale napoletana con brani come “Dicitencello vuje”, “Io, Mammeta e tu” e “Tammurriata nera”.

Nel frattempo, ha finito di girare il film Netflix “Non abbiamo bisogno di parole” ed è impegnata sul set de “La famiglia Panini”, una serie che andrà in onda su Rai1 e racconta la nascita delle figurine che hanno fatto sognare generazioni. “Io collezionavo quelle delle Disney”, rivela a FqMagazine. Rossi interpreta la signora Olga Cuoghi Panini, rimasta vedova dopo la morte del marito e costretta a crescere otto figli insieme ai quali ha dato vita a un’azienda visionaria. “Ogni tanto mi ripeto quanto sia stata brava a gestire la famiglia con amore e coraggio”, riflette l’attrice. Che, tra le altre affinità con la sua vita, ha trovato nel progetto Rai il valore del “non dimenticarsi mai da dove si viene”. Le sue radici sono alle pendici del Vesuvio, nella città dove è nata e di cui è innamorata.

Da dove nasce l’idea di trasformare il tuo spettacolo per Napoli in un album?
Era un peccato lasciare le versioni riarrangiate di questi brani e le loro interpretazioni solo sulle tavole di legno del palcoscenico. Con il maestro Chiaravalle e i musicisti ci siamo detti di voler imprimere un segno nella discografia con queste canzoni immortali. Ci siamo chiusi due giorni in studio e ne abbiamo registrate 14, suonando e cantando insieme come fossimo a teatro. Ci emozionava l’idea che magari tra 100 anni degli artisti cercheranno questi brani e, tra i vari Murolo, Lina Sastri e Massimo Ranieri, ci saremo anche noi.

La tua città, e lo dici anche sul palco nel tuo show, è amata e odiata. Perché pensi che susciti questi sentimenti contrastanti?
Perché è una città che ha dentro di sé diverse sfumature e molti mondi. Mille colori, come diceva Pino Daniele. Napoli è femmina: una donna orgogliosa e inafferrabile. Ha tratti fragili e vulnerabili e poi dopo un attimo ti graffia, ti fa male, ti seduce. Ti ammalia e poi ti abbandona. Questa personalità così dirompente la rende piena di contraddizioni e di fascino allo stesso tempo. Mi piace anche quando è un disastro ed è incasinata, perché è un po’ come una mamma. Le perdoni tutto, l’amore è più grande.

Negli ultimi anni la città è tornata sotto i riflettori…
Devo dire che è in un momento di grande luce sotto diversi punti di vista. È una città da cui nessuno vorrebbe andar via. Poi la vita, un po’ per scelta e un po’ per necessità ti porta ad allontanarti.

È stato così anche per te.
Da napoletana che vive a Roma perché inseguiva il sogno del cinema, devo dire che sono felice di stare nella Capitale. Qui ho la mia casa e la mia indipendenza, ma il cuore parla napoletano. Il sottile senso di colpa nell’aver abbandonato la mia città ogni tanto si fa sentire, ma il mio modo di farmi perdonare è proprio quello di cantarla, portarla in tv, al cinema e in teatro.

Nel disco ci sono alcuni brani come “Santa Lucia Luntana” che parlano di emigrazione. Cos’hai provato quando sei andata via?
Non è stato facile, a Napoli avevo le mie amiche e la mia famiglia. Quando sono arrivata a Roma avevo Davide (il marito, ndr) che era già tantissimo, ma sentivo il bisogno di crearmi una vita e una mia indipendenza a prescindere da lui. All’inizio è stata dura, mi sono sentita sola e molto piccola. Ma è stato un percorso, crescere non è mai facile.

Tra le cover c’è anche “Tammurriata nera”: una giovane donna dà alla luce un bambino nero concepita con un soldato afroamericano.
Napoli è stata la prima città in tutta Europa a liberarsi da sola dall’occupazione tedesca. Quando sono arrivate le truppe alleate tanti soldati erano afroamericani. Molte ragazze napoletane, per fame, amore, violenza o disperazione hanno avuto con loro delle relazioni. Il messaggio è che i figli sono tutti uguali a prescindere dal colore. C’è una frase del brano che recita “dove semini grano, cresce grano”, a dimostrazione che a nascere è sempre un bambino figlio di questa terra. Ho scelto di cantare “Tammurriata nera” perché abbraccia forte la tematica dell’inclusione e Napoli è una città molto accogliente. E poi è una canzone che dimostra che anche nella tragedia riesce sempre a esserci uno spiraglio di positività.

Rimaniamo sul Novecento, ma voltiamo pagina. Sei sul set de “La famiglia Panini”, com’è arrivata questa serie nella tua carriera?
La mia agente me l’ha presentata e mi ha detto che dovevo assolutamente farla. Io le ho chiesto cosa avessi io in comune con una signora che parte nella serie a 40 anni, finisce che ne ha 70 e deve essere modenese. Lei mi ha risposto: “Perché tu incarni un po’ la mamma d’Italia e questa donna è stata una grande mamma”. Ho attenzionato il progetto e mi sono commossa da subito: mi sono detta che era una storia che volevo raccontare.

Cosa ti ha colpito?
Il coraggio che ha avuto questa famiglia, una donna e i figli. Partendo da niente hanno creato un mito, un impero, una leggenda che ha fatto sognare generazioni.

Oggi è ancora possibile sognare?
Lo credo e mi piacerebbe che dalla serie venisse fuori questo messaggio. Una frase semplice che la famiglia ripeteva spesso è: “Andiamo a vedere”. Quando avevano un’idea non si paralizzavano mai, se l’intuizione non era vincente cercavano sempre un modo per rialzarsi e provare a percorrere altre strade. Il coraggio di visualizzare il sogno e provare a realizzarlo è un grande insegnamento che questa serie può lasciare.

Come ti sei trovata nei panni della signora Olga Cuoghi Panini?
All’inizio è stato molto difficile, ma una volta che mi sono immedesimata l’ho amata. Ha tenuto su una famiglia in equilibrio, nell’amore, nella diversità e nel coraggio. Adesso che conosco i nipoti della signora Olga, mi rendo conto ancora di più di quanto questo senso del dovere, del rispetto del proprio lavoro, di serietà, famiglia e unione sia stato forte. Valori che condivido e che mi emozionano perché li sento miei.

Durante la tua carriera hai recitato per diversi anni in “Un Posto al Sole”. Come hai reagito alla notizia della presenza di Whoopi Goldberg in alcuni episodi della soap?
Mi ha sorpreso, non me l’aspettavo: ha portato sul set un tocco di Hollywood. Mi ha fatto sorridere vedere i miei colleghi farsi i selfie con lei. Se anche Whoopi Goldberg è venuta a recitare a Napoli, vuol dire che la città è arrivata davvero anche dall’altra parte dell’oceano.

Nelle ultime edizioni sei stata più volte accostata al Festival di Sanremo come co-conduttrice. Potremmo vederti all’Ariston quest’anno?
Se dovesse succedere sarei molto felice. Vediamo…

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