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Repressione, ma anche cultura. La violenza giovanile arriva da lontano: relativismo etico, famiglia delegittimata, culto del denaro.

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Il recente, drammatico omicidio, da parte di un coetaneo, armato di un coltello, avvenuto all’interno di un istituto scolastico, a La Spezia, ha fatto  emergere   una vera e propria emergenza dai tratti complessi, con al centro un  mondo di giovani, spesso minorenni, sbandati, lasciati in balia di se stessi, privi di riferimenti. Secondo i dati diffusi da Save the Children, coltelli, noccoliere, mazze, catene e storditori elettrici sono le armi improprie che, con sempre maggiore frequenza, i giovani sono abituati a possedere. In cinque anni, dal 2019 al 2024, in Italia il numero dei minori segnalati per porto di armi improprie è più che raddoppiato, passando da 778 a 1946 e nel primo semestre del 2025 sono già 1.096.
I giovani convivono con la violenza, spesso senza rendersene conto. Con quali risultati è ormai bene evidente. Si è  parlato – in modo diffuso – di “disagio”, di “normalizzazione” della violenza, ipotizzando, quale risposte, “corsi all’affettività”, campagne per l’inclusione sociale, educazione alla tolleranza.  Un po’ poco visto il livello e la portata del fenomeno.  Dati alla mano il 40,6% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha partecipato almeno una volta a zuffe o risse, un dato che proiettato sulla popolazione scolastica equivarrebbe a circa un milione di adolescenti   con un cellulare, segno che questi episodi vengono non solo visti, ma spesso condivisi e amplificati digitalmente, contribuendo a una sorta di “normalizzazione” della violenza. E’ la società dell’immagine, a tutti i costi. Ma anche quella della solitudine. Del sostanziale abbandono a se stessi dei giovani. Perfino a Scuola,  là dove  il rispetto delle regole, la cultura e la socializzazione, la facevano da padrone. E dietro il mondo delle famiglie. Dove è lo sfarinarsi dei principi e dei modelli a rendere “orfani” i giovani.
A questo si aggiunga l’effetto “deviante” delle sostanze stupefacenti o dell’alcool  in grado di “falsare” la realtà, di esaltare le pulsioni individuali e collettive, annebbiando  i freni inibitori.
Di fronte a questi fenomeni, in crescita esponenziale, prevenire è necessario. Anche reprimere. Ma ancora di più è urgente andare alle radici del problema, che nasce da quello che è stato definito un tipo complesso  di “analfabetismo culturale”, fatto di diritti e di doveri non rispettati, di mancanza di responsabilità e di autocontrollo, soprattutto di esempi diretti e positivi non avuti.
In una società senza madri e senza padri, dove i rispettivi ruoli si perdono e si sbiadiscono, a pagarne le prime conseguenze sono i figli, privi di riferimenti certi, di indirizzi, di “valori protettivi”. Perciò il rischio è il “liberi tutti”, con le conseguenze che vediamo nelle strade e  nella  povertà di modelli educativi-familiari a cui le istituzioni possono rispondere solo parzialmente.
Quando, in questo ambito, si parla di politiche di inclusione sociale, attraverso la scuola e l’associazionismo, si percepisce infatti solo una parte del problema. Al fondo c’è un relativismo etico sulle cui conseguenze in pochi sembrano essere coscienti. Soprattutto il cittadino non è allertato.  Non ci sono campagne informative che lo mettano sull’avviso. Al contrario, egli è quotidianamente sottoposto ad una costante opera di indottrinamento inconsapevole, in grado di rendere dolce il processo di depotenziamento collettivo, di resa, di assuefazione. E tutto questo senza che le conseguenze concrete di tale deriva siano ben chiare. Senza che i costi sociali e personali di certe scelte siano chiaramente indicati.
Mentre la  “frontiera” della famiglia si è lacerata,  a venire  meno è  la linea più avanzata di un fronte intorno al quale si agitano e si sovrappongono temi quali la vita, la procreazione, la morte, che rappresentano il nocciolo duro ed essenziale delle grandi questioni etiche sulle quali  è chiamato (dovrebbe essere chiamato) ad interrogarsi l’uomo contemporaneo.
Senza limiti morali la libertà del relativismo etico finisce per sovrastare i diritti altrui, mentre la legge diventa un fragile paravento, inadeguato a proteggere le vittime del relativismo stesso.
Pensiamo, nel campo del diritto di famiglia,  alle conseguenze del divorzio nei confronti del coniuge debole e dei figli; nel caso dell’aborto ai diritti del nascituro e a quelli del padre non consenziente; nel campo della bioetica ai rischi determinati da normative che avvalorano l’eutanasia contro il soggetto malato.
Poi certamente ci sono i “contesti urbani”, laddove esistono aree del Paese, in cui è il degrado a dettare legge, un degrado sociale, economico, perfino architettonico, del quale a pagarne le conseguenze sono soprattutto i giovani ed i giovanissimi, abbandonati a se stessi, senza saldi riferimenti familiari, senza occasioni di socialità culturali e sportive. E dunque in balia di “aggregazioni” malsane quali sono le baby gang e di una “cultura diffusa” che premia i “trasgressivi”, spettacolarizza l’esistenza, azzera il limite, sopraffà i soggetti fragili.
“La brutalità della nostra civiltà  – denunciava Alexis Carrel, premio Nobel, nel 1912, per la medicina e la fisiologia, in   “L’uomo questo sconosciuto” (1935)  – non solo si oppone allo sviluppo dell’intelligenza, ma abbatte i sentimentali, i docili, i deboli, gli isolati, coloro che amano la bellezza, che ricercano nella vita altro che non il denaro, coloro la cui raffinatezza spirituale mal sopporta la volgarità dell’ esistenza moderna”. Una volgarità che si manifestava ed ancora si manifesta nell’angustia degli spazi urbani, nella rottura dei vecchi vincoli  naturali o sociali (dalla famiglia alle comunità locali), nell’ organizzazione meccanicistica  del lavoro, in definitiva in una civiltà moderna che “non è stata fatta sulla nostra misura” e che perciò molti sentono estranea.
Il risultato è che, avendo dimenticato  le sue attitudini morali, estetiche e religiose,  l’uomo – conclude Carrel – è stato trattato “come una sostanza chimica”. Ora , sempre di più, questa “sostanza” tende, in casi estremi ed estremizzati anche dagli esempi diffusi sui social, ad “esplodere”, con i risultati che vediamo quotidianamente.
Al fondo  una domanda inconsapevole di ricostruzione sociale con cui è urgente fare i conti.  Una ricostruzione che passa attraverso la ripresa del senso del “limite”,  la centralità  della famiglia, il valore di un’identità sociale condivisa, il miglioramento della vivibilità urbana e quello che Konrad Lorenz,  (in “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”, 1973) individuava come “l’accumularsi della tradizione” quale base di ogni sviluppo culturale e della formazione di valori insostituibili e degni di rispetto.
Da qui, anche da qui, occorre partire per rispondere al “disagio giovanile”, cercando di recuperare il senso di una cultura che altrimenti – per dirla sempre con Lorenz – “può estinguersi come la fiamma di una candela”. Con quali risultati è già oggi bene evidente.
Mario Bozzi Sentieri

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