David Bowie, la figlia posta una foto con lui: così vediamo la persona oltre il personaggio
Ci sono immagini che arrivano senza fare rumore e restano. Una fotografia condivisa nel giorno di un compleanno, poche parole private rese pubbliche: “Buon compleanno papà. Mi manchi.” L’ha pubblicata l’8 gennaio Lexi Jones, ricordando suo padre, David Bowie. Fa piangere, vero? Il mito, per un attimo, si abbassa. Resta un gesto umano, da figlia a padre. Ed è questo che commuove. Nei consueti nove punti di questo blog ne parlo partendo da qui. Cominciamo.
1. La foto che non doveva dire nulla
Quella foto non nasce per raccontare una carriera, né per celebrare un anniversario. Non è pensata per il pubblico, anche se finisce sotto gli occhi di tutti. È una foto di famiglia. E basta. Ed è proprio per questo che colpisce, perché sposta David Bowie dal piedistallo e lo riporta dentro una relazione elementare: un padre e una figlia. Quando la mancanza è vera, in casi come questo, il mito sfuma e lascia intravedere la persona. Ed è lì che quell’immagine smette di essere “su Bowie” e diventa qualcosa che ci riguarda.
2. Il compleanno come cortocircuito emotivo
Il compleanno, quando chi dovrebbe festeggiarlo non c’è più, non è mai una ricorrenza neutra. Nel caso di Bowie, l’8 gennaio porta con sé una stratificazione inevitabile: Blackstar, il disco, l’addio consapevole, la narrazione di una fine trasformata in opera. È un racconto pubblico potentissimo, che conosciamo a memoria. Ma qui Lexi ha fatto una cosa normale. Ha condiviso una foto. E in quella foto c’è la mancanza del suo papà.
3. Il bisogno di “farsi un viaggio”
Ci sono artisti che non smettiamo mai di attraversare. Bowie è uno di quelli. Ogni pretesto è buono per tornarci dentro, per ripercorrere traiettorie, trasformazioni, maschere. Ma questo tipo di viaggio è diverso. Non è critico, non è storico. È una domanda che torna: che persona doveva essere? Non che artista, non che genio. Che essere umano. È una domanda che raramente ci concediamo, perché rischia di essere deludente. Ma è anche l’unica che, a volte, conta davvero.
4. Le testimonianze che contano
Nel tempo ho conosciuto qualcuno che Bowie lo ha frequentato davvero. Non fan, non addetti ai lavori, non giornalisti a distanza. Persone che hanno condiviso spazi e tempi con lui. E quando chiedi com’era, ti aspetti sempre una risposta complessa, articolata, piena di sfumature. Invece no. La risposta è stata semplice, quasi disarmante: era una persona buona.
5. La proiezione che facciamo sui miti
Su figure come Bowie proiettiamo tutto: desideri, ideali, parti di noi stessi. È inevitabile. Le loro opere diventano specchi, rifugi, talvolta salvezze. Ma in questo processo rischiamo di dimenticare una cosa elementare: che dietro a quelle opere ci sono persone in carne e ossa. Non simboli. Non astrazioni. Esseri umani con le loro fragilità. Per quanto banale, mica ce ne ricordiamo mai.
6. Quando il mito nasconde il peggio
C’è un’altra verità che va detta, senza moralismi: spesso, dietro grandi opere, si nascondono “emeriti stronzi”. La storia della musica, dell’arte, della cultura ne è piena. Genio e umanità non coincidono automaticamente. Anzi, talvolta si escludono. Per questo la domanda sulla persona non è mai neutra. Non è un’operazione romantica. È una verifica. Ed è proprio qui che Bowie, sembra distinguersi. Non perché fosse perfetto, ma perché non incarnava quella dissonanza tossica tra grandezza artistica e miseria umana.
7. La categoria a cui apparteneva
A un certo punto, davanti a quella foto, è la domanda che viene a cercarti. Guardi quegli occhi, quel sorriso, e intuisci. Non hai prove, non hai certezze assolute. Ma lo capisci subito a quale categoria appartenesse. Non quella dei santi, né quella degli irraggiungibili. Ma quella, più rara, delle persone buone che non hanno bisogno di esibirlo. E forse è proprio questo che rende l’immagine così destabilizzante.
8. L’artista che non avrei voluto conoscere
Può sembrare paradossale dirlo, ma è così: non avrei voluto conoscere David Bowie l’artista. L’artista è già lì, nelle opere, nei dischi, nei gesti pubblici. È intoccabile, inavvicinabile, perfetto nella sua libera traduzione. La persona, invece, è un’altra cosa. La persona è ciò che resta quando le luci si spengono. Ed è lì che, forse, si misura davvero la grandezza.
9. Perché quella foto fa piangere
Quella foto fa piangere non perché Bowie non c’è più. Fa piangere perché mostra che, prima di tutto, c’era. C’era come padre, come presenza affettiva, come riferimento. In un mondo che tende a salvare i personaggi e a dimenticare le persone, quell’immagine compie un gesto semplice e definitivo: restituisce l’unico sentimento che conta davvero: l’amore.
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9 Canzoni 9 … di David Bowie
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