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Abitare il futuro: il cinema 2026 tra classici, presente e disillusione

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di Lilia La Greca

Sapere che siamo giunti al 2026 apre inevitabilmente uno spazio di riflessione importante: siamo ufficialmente gli abitanti del futuro, quello immaginato quasi cento anni fa da Fritz Lang in Metropolis, il quale, forse, sarebbe deluso nello scoprire che i nostri cieli non sono attraversati da automobili volanti. Ma è probabile, molto probabile, che la sua vera delusione sarebbe riconoscere, nella nostra società, la distopia che aveva immaginato.

In Metropolis le persone vivono in una città verticale: in alto abitano i padroni del progresso, immersi nella luce, nel comfort e nel tempo libero; in basso, sotto terra, gli operai alimentano la macchina-città con i loro corpi e con il loro tempo. Una divisione che, a guardarla oggi, appare inquietantemente familiare.

È del tutto evidente che non servano giganteschi ingranaggi, grattacieli infiniti o macchine volanti per riconoscersi, anche solo in parte, in Metropolis e nella frattura sociale che rappresenta. Basta osservare con attenzione il rapporto che abbiamo con il lavoro, con il tempo e con una tecnologia che promette di semplificare la vita, ma che spesso la accelera fino allo sfinimento. Metropolis ci ricorda che il progresso, senza etica, è vuoto. La macchina non è il nemico: lo diventa quando smette di essere uno strumento e diventa un fine.

Al centro del film c’è una frase chiave: «Il mediatore tra il cervello e le mani deve essere il cuore», é una dichiarazione quasi ingenua, eppure profondamente radicale. In un’epoca come la nostra, e come quella immaginata nel film, la soluzione non è distruggere il sistema, ma riconnettere le parti attraverso l’empatia; non una rivoluzione violenta dunque, ma una presa di coscienza. Il futuro, sembra suggerire Metropolis, non si salva con più potere o più velocità, ma con più umanità. Dentro questo tempo reale che un tempo era solo cinema, il panorama italiano si muove con un passo diverso, più misurato, quasi intimista.

Il cinema italiano del 2026 non rincorre il futuro spettacolare, non tenta la fuga nella fantascienza o nella distopia. Preferisce raccontare ciò che conosce: relazioni fragili, identità in crisi, memorie che tornano e conflitti silenziosi. Lo dimostrano titoli come Le cose non dette, diretto da Gabriele Muccino e in uscita il 29 gennaio 2026, che indaga le zone d’ombra dei rapporti familiari e sentimentali, oppure Prendiamoci una pausa, commedia diretta da Christian Marazziti, attesa nelle sale dal 15 gennaio 2026, che utilizza un tono più leggero per riflettere sul bisogno contemporaneo di rallentare, di rinegoziare i legami e di ripensare il tempo condiviso.

È un cinema che guarda le persone prima dei sistemi, che mette al centro i volti, le parole non dette, le tensioni quotidiane. In questo senso, pur lontano esteticamente da Metropolis, ne raccoglie inconsapevolmente l’eredità più profonda: ricordare che dietro ogni struttura sociale ci sono corpi, emozioni, vite che chiedono di essere viste.

Ma il 2026 è anche l’anno in cui il grande cinema internazionale torna con forza a interrogare il passato, come se per parlare al presente fosse necessario attraversare i miti e i classici. Tra le attese più forti c’è Cime Tempestose, una storia che vive di passioni estreme, di amore e distruzione, di natura e ossessione. La curiosità è enorme, soprattutto per la scelta di Jacob Elordi nel ruolo di Heathcliff. Ed è proprio qui che nasce il primo scarto: Heathcliff, nel romanzo, è alterità pura, rabbia, esclusione sociale incarnata. Sullo schermo, invece, rischia di diventare un’icona romantica più che una ferita aperta. Anche le scenografie, potenti ma levigate, sembrano talvolta smussare la brutalità dei luoghi brontëani, trasformando il tormento in estetica. È un film che affascina, ma che lascia il dubbio di aver reso più bello ciò che, in origine, era volutamente scomodo.

Accanto a questo ritorno del romanticismo oscuro, il 2026 accoglie anche il mito per eccellenza, con L’Odissea diretta da Christopher Nolan. Qui il viaggio non è solo quello di Ulisse, ma quello del cinema stesso verso una dimensione epica totale. Il cast straordinario e l’ambizione tecnica promettono uno spettacolo imponente, capace di riportare il pubblico davanti a un racconto fondativo. Ma la domanda resta sospesa: quanto spazio avrà l’uomo, con le sue paure e le sue contraddizioni, dentro una macchina narrativa così poderosa? Nolan lavora spesso sul confine tra emozione e struttura, e L’Odissea diventa così una sfida non solo cinematografica, ma culturale.

Il cinema del 2026, tra sguardi intimi e grandi ritorni, non sembra voler prevedere il futuro, ma comprenderlo. E forse è proprio questo che Metropolis ci aveva insegnato: il vero progresso non sta in ciò che immaginiamo di diventare, ma nella capacità di restare umani mentre ci muoviamo in avanti.

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