Referendum, il blitz del governo spinge la raccolta firme: raggiunta quota 380mila. I promotori verso il ricorso: gli scenari
La forzatura del governo non frena la mobilitazione popolare per chiedere il referendum sulla riforma Nordio. Anzi, tra lunedì e martedì la raccolta firme lanciata prima di Natale da 15 giuristi ha avuto una nuova impennata, raccogliendo 25mila adesioni in poche ore: le sottoscrizioni sono ormai 380mila, cioè oltre il 75% delle 500mila da raggiungere entro il 30 gennaio, quando scadranno i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale (qui il link per firmare con Spid o Carta d’identità elettronica). Nonostante il successo dell’iniziativa, però, il Consiglio dei ministri ha fissato la data del voto prima di quel termine, convocando le urne per domenica 22 e lunedì 23 marzo sulla base della richiesta già depositata dai parlamentari. Una scelta che contraddice l’interpretazione della Carta seguita per tutti e quattro i referendum costituzionali della storia repubblicana, inaugurata nel lontano 2001 dal governo Amato. A motivare il colpo di mano è soprattutto il timore del centrodestra di disperdere l’attuale vantaggio del Sì nei sondaggi: poiché il voto va fissato con un anticipo di almeno cinquanta giorni, infatti, aspettare il completamento della raccolta firme avrebbe significato tenere il referendum non prima di metà aprile.
I giuristi promotori – rappresentati dall’avvocato Carlo Guglielmi – hanno però già annunciato di voler agire “in tutte le sedi giudiziarie” contro la scelta dell’esecutivo, “a tutela della legalità repubblicana“. La mossa più probabile in questo senso è un ricorso urgente al Tar del Lazio per ottenere la sospensione cautelare. Al momento, però, il referendum ufficialmente non è ancora stato indetto: a farlo dovrà essere – forse già nelle prossime ore – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il dubbio dei giuristi, quindi, è se impugnare già la delibera del Consiglio dei ministri (con il rischio che il ricorso sia dichiarato inammissibile) o chiedere al Tar di sospendere direttamente il decreto del capo dello Stato: una questione dall’evidente ricaduta politico, perché la seconda ipotesipotrebbe essere letta come una contestazione a Mattarella. Se il Tar accogliesse la richiesta di sospensiva in teoria la consultazione non si potrebbe tenere fino a quando la questione non sia stata decisa nel merito: il referendum però dovrebbe restare congelato per mesi, e la via d’uscita più semplice a quel punto sarebbe la revoca in autotutela dell’atto.
Quella del ricorso amministrativo, però, non è l’unica strada percorribile dai giuristi per far sospendere l’atto: è ipotizzabile anche un ricorso d’urgenza al Tribunale civile, sostendendo che la fissazione anticipata del voto violi il diritto soggettivo dei cittadini a chiedere il referendum. Se i promotori raccogliessero e depositassero il mezzo milione di firme, poi, assumerebbero la qualità di potere dello Stato e potrebbero sollevare conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale, che avrebbe i tempi tecnici per dirimere definitivamente la questione prima del voto. “È interessante vedere quanto e come questi ricorsi avranno una ricaduta sulla tempistica del voto. Siamo osservatori interessati ma assolutamente estranei a questa problematica, che però è importante perché serve per calibrare le modalità con le quali cercheremo di informare i cittadini”, ha detto a Omnibus, su La7, il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cesare Parodi.
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