“La bomba nel cestino l’ha messa Paolo Marchetti”, le parole dell’ex ordinovista nel processo sulla strage di piazza della Loggia
Nel processo sulla strage di piazza della Loggia si potrebbe essere aperto un nuovo e delicatissimo fronte. A quasi 52 anni dall’attentato neofascista del 28 maggio 1974, che causò otto morti e 102 feriti, una testimonianza resa in aula davanti alla Corte d’assise di Brescia ha riportato sotto i riflettori un nome finora rimasto ai margini dell’inchiesta giudiziaria.
A pronunciarlo è stato Gianpaolo Stimamiglio, ex militante di Ordine Nuovo veneto e già collaboratore di giustizia (già teste nel processo a Toffaloni, ndr), ascoltato nel processo che vede imputato Roberto Zorzi, oggi cittadino statunitense, accusato di essere uno degli esecutori materiali della strage. Secondo Stimamiglio, sarebbe stato Paolo Marchetti, ex ordinovista veronese, a collocare l’ordigno nel cestino portarifiuti di piazza della Loggia, dove esplose alle 10.12 durante una manifestazione sindacale.
“La bomba nel cestino l’ha messa Paolo Marchetti. Era il più deciso”, ha dichiarato il testimone in aula. Marchetti, non indagato per la strage di Brescia, è una figura già comparsa in altri procedimenti legati alla galassia dell’eversione nera: è stato ascoltato in passato per la strage della stazione di Bologna ed è finito agli atti di varie indagini come appartenente all’ambiente ordinovista veronese, pur senza incarichi di vertice. È inoltre il secondo marito della sorella dello stesso Stimamiglio.
Secondo il racconto reso alla Corte, la mattina dell’attentato Marchetti sarebbe stato a Brescia insieme a Marco Toffaloni, già condannato in primo grado a 30 anni dal tribunale dei minori per la strage e ora in attesa dell’appello, a Claudio Bizzarri e a un quarto militante di cui Stimamiglio non ha saputo indicare il nome. Il testimone ha precisato di non poter affermare se tra loro vi fosse anche l’attuale imputato Zorzi.
Interrogato sul motivo per cui non avesse mai fatto prima il nome di Marchetti, Stimamiglio ha risposto senza esitazioni: “Perché temevo per la mia incolumità”. Un’affermazione che la Corte dovrà ora valutare attentamente, anche alla luce del passato del testimone, inserito per sette anni nel programma di protezione e coinvolto, senza mai essere condannato, in numerose indagini sull’eversione neofascista. Nel corso della sua deposizione, Stimamiglio ha ribadito una tesi già sostenuta in passato: quella secondo cui in piazza della Loggia, il giorno della strage, sarebbero stati presenti esclusivamente militanti veronesi di Ordine Nuovo, con un supporto logistico fornito da ambienti bresciani, ma senza una presenza diretta di questi ultimi sul luogo dell’attentato.
Si tratta di ricostruzioni che la Corte d’assise di Brescia intende ora verificare. Tra i primi passi annunciati vi è l’audizione dello stesso Paolo Marchetti, già inserito nella lista dei testimoni, ma finora assente per presunte condizioni di salute certificate da documentazione medica. Un passaggio che potrebbe rivelarsi decisivo per valutare la credibilità e la portata delle dichiarazioni che rischiano di riaprire uno dei capitoli più controversi della storia delle stragi italiane.
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