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Декабрь
2025

Vent’anni senza leva obbligatoria, tra memoria e nuovi scenari

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di Christopher Giuseppe Catania

Con l’entrata in vigore della legge 226/2004, il 1° gennaio del 2005, l’Italia dice addio al servizio di leva obbligatoria. Questo cambiamento ha segnato la fine di una lunga tradizione che per più di un secolo aveva segnato la vita di intere generazioni: da quel momento il servizio militare è diventato volontario, segnando una nuova fase del nostro paese.

La leva obbligatoria, introdotta nel 1861 durante il Regno d’Italia si è mantenuta con la nascita della Repubblica Italiana, è stata una parte essenziale della vita di migliaia di giovani. Ogni anno i ragazzi, esclusivamente maschi e maggiorenni, venivano inseriti nelle “liste di leva” predisposte dal comune di residenza e chiamati a servire per un periodo compreso tra 6 e 12 mesi, in base al periodo storico e alle necessità delle forze armate.

Durante gli anni Settanta e Ottanta questo obbligo era particolarmente presente nella vita quotidiana degli italiani, soprattutto con la fine della Guerra Fredda e l’espansione della NATO le guerre moderne richiedevano la presenza di forze armate professionali, più specializzate e un impegno a tempo pieno. L’aumento degli obiettori di coscienza, i cambiamenti politici hanno reso meno necessario un esercito popolare formato da ragazzi di leva. Il governo guidato dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, iniziò a discutere sull’abolizione del servizio militare obbligatorio. Questo processo diventò realtà nel 2004, quando la legge che decretava la fine della leva obbligatoria fu approvata, e nel gennaio del 2005 l’Italia passò ufficialmente al servizio volontario.

A vent’anni di distanza, il tema torna periodicamente al centro del dibattito pubblico. Diversi sondaggi hanno cercato di capire che cosa pensino gli italiani in merito alla decisione di reintrodurre la leva obbligatoria.

Secondo un sondaggio SWG per il TgLa7, sono state proposte due ipotesi: la prima si riferisce alla creazione di una riserva di almeno 10.000 unità: non solo soldati, ma anche medici, guardie giurate, ingegneri e altre figure professionali che farebbero un periodo di addestramento e poi sarebbero chiamati in servizio solo in caso di conflitto, calamità naturali o altre grandi emergenze. In ogni caso non sarebbero impiegati nelle prime linee del fronte. A questa proposta, il 51% degli intervistati si è dichiarato d’accordo (16% “del tutto”, 35% “d’accordo”), mentre il 39% si è detto contrario, il 20% in disaccordo e il 10% dice di non sapere.

Nella seconda ipotesi si parla di reintrodurre la leva obbligatoria vera e propria. In questo caso le posizioni cambiano: il 39% sarebbe favorevole (24% per uomini e donne, 15% solo per gli uomini), mentre il 54% si dichiara contrario, il 7% non si esprime.

Guardando al presente, la fine della leva obbligatoria rimane una svolta decisiva nella storia recente del nostro Paese. I giovani di oggi non hanno mai vissuto l’esperienza della “chiamata alle armi”, questo concetto sembra ormai desueto, quasi un frammento di un’epoca lontana. Mentre per le generazioni che hanno vissuto la leva obbligatoria resta un ricordo vivido. Per alcuni è stata un’esperienza formativa, una scuola di vita e di crescita personale.

Forse proprio in questo equilibrio — tra memoria e futuro — si gioca la sfida dei prossimi anni: ripensare il rapporto tra cittadini, Stato e difesa comune, senza dimenticare ciò che la leva ha rappresentato, ma interrogandosi su quali strumenti possano davvero rispondere ai bisogni del nostro tempo.

L'articolo Vent’anni senza leva obbligatoria, tra memoria e nuovi scenari proviene da Globalist.it.






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