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Июнь
2025

Johnson Righeira tra musica e viticoltura «Vi racconto perché amo tanto il Canavese»

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AgliÈ

Da quando si è trasferito in Canavese le idee non gli mancano e lo dimostra l’uscita, avvenuta alla mezzanotte di venerdì 27 giugno, del suo ultimo singolo “Chi troppo lavora (non fa l’amore)”, presentato con una festa al Ramo d’Oro a Torino, in galleria Umberto I.

Un brano che si annuncia già come un tormentone estivo, proprio come i successi che hanno reso celebre Johnson Righeira, al secolo Stefano Righi, 64 anni. Per lui, 65 anni a settembre, il Canavese è diventata la sua nuova casa. Qui, vive in un’esplosione di entusiasmo e positività, che trasmette con sincerità a tutto ciò che fa. E ne fa di cose. C’è la musica, certo, che non ha mai abbandonato, è c’è la sua cantina, una sorta di simbolo e di identità nella sua nuova vita da canavesano.

Ci racconta del suo arrivo in Canavese?

«Al mio trasferimento, avvenuto grazie alle informazioni ricevute da alcuni amici, che mi hanno aiutato nello scegliere dove vivere, mi sono sentito accolto con tanto affetto. Poi, piano piano, ho scoperto che questo territorio è bellissimo e che, in fondo, se ne sa pochissimo. Forse è un po’ colpa anche dei canavesani, che non sono sempre stati molto aperti come oggi. Da allora ho scoperto i balmetti, le terre ballerine e tanti altri posti degni di nota. Guardavo tutto con la bocca aperta: a pochi chilometri della città ci sono posti così e in Barriera di Milano non se ne sapeva nulla. Agliè, poi, è casa di grandi eccellenze, da Villa Meleto all'enogastronomia. Ho parlato così bene di questo paese che una coppia di amici, di Novara e della zona della Brianza, sono venuti a trovarmi e se ne sono innamorati anche loro, tanto da aprire il locale Casa Roda».

Come è passato dal trasferimento qui alla decisione di dedicarsi alla viticoltura?

«Per me è stata una vera svolta bucolica. Non avevo ancora idee precise, ma l’amico Daniele Lucca mi aveva parlato di un appartamento in una cascina. Mi è sembrata un’ottima idea per fare qualcosa di diverso. Mi sono trasferito alla fine del 2019, poi ho cominciato a personalizzare la casa. A marzo 2020 ero qui quando l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte annunciò l'inizio del confinamento per il Covid e a quel punto, all’amico Daniele, in dialetto torinese, ho detto che sarei rimasto qui durante la pandemia. Senza saperlo, ho cambiato la mia vita da un giorno all'altro. Quella di Torino non la sentivo più casa mia. Oggi, quando sono in giro per concerti ed esibizioni, non vedo l'ora di tornare nella mia campagna».

Cosa ha comportato per lei il trasferimento in Canavese?

«Per me, anche se è brutto da dire, quei mesi confinato in mezzo alla campagna, è stato un bel periodo, perché ho cominciato a liberare la mente e mi è tornata la voglia di fare tante, tantissime cose. Tra queste, riprendere in mano la mia etichetta discografica, che è pronta a ripartire, mentre la seconda è stata l'idea della vigna. Un amico mi ha parlato del suo appezzamento, semi abbandonato, e mi ha proposto di comprarlo. Mi sono detto: “Perché no?”. Sono sempre stato interessato al mondo del vino, mi ha sempre affascinato fare assaggi e degustazioni nelle cantine quando sono in giro per lavoro. Allo stesso modo, quando viaggio, esigo sempre di mangiare in una trattoria tipica per assaggiare specialità e vini locali. Mi ha sempre affascinato molto questo mondo che ti fa scoprire e conoscere bene i territori e la sua gente. Produrre vino è paragonabile alla voglia di fare musica di tanti anni fa».

Oggi produce Erbaluce: come si muove in questo ambiente?

«La prima cosa a cui ho pensato è stata che tipo di vino avrei voluto ottenere dalle vigne d'Erbaluce, perché la prima volta che lo assaggiai, lo ammetto, non mi era piaciuto. Ora che lo conosco meglio e sono andato oltre l'imprinting iniziale. Lo bevo spesso, assaggio quello degli altri, testo le mia annate. Così ho maturato l’idea di voler fare un vino un po’ diverso: dall’enologo che mi segue è venuta l’idea di fare l’affinamento in anfora, anche se non siamo gli unici, ma era la proposta giusta per ottenere un Erbaluce dal gusto molto più rotondo rispetto al primo che avevo assaggiato. Mantiene la sua acidità, che gli permette di invecchiare e migliorare negli anni, ma è molto bilanciata».

Ci spiega come ha scelto il nome che caratterizza la sua produzione di vino?

«Partita la mia nuova avventura bisognava dare un nome al brand è così ho pensato a Kottolengo, nell'accezione turineisa del termine, dove kutu significa un po’ matto. Inoltre, la mia casa di Torino da un lato si affaccia sull’anagrafe, che un tempo era il manicomio femminile, e dall'altro proprio sul Cottolengo. La citazione era quasi dovuta. Il primo Kutu, un po' come mi sento io, è un vino che si colloca un po' fuori dagli schemi classici. Ora ho deciso di ampliare le produzione e ho acquistato nella zona anche uve rosse, perché ci tengo a fare un vino rosso. È già in affinamento: sarà corposo, rotondo, prevalentemente con uve Barbera, ma non solo, con una parte di uve leggermente appassite. Non vedo l'ora che sia pronto, verso la fine dell’anno. Avrà un nome originale, in stile con la cantina. Sarà la mia seconda etichetta, perché si tratta di una produzione di nicchia».

Quali sono i momenti che apprezza di più di questa avventura?

«Purtroppo, a causa dei tanti progetti in cantiere, non riesco ad andare a lavorare in vigna quanto vorrei. Nel 2021, però, mi sono divertito tantissimo dando una mano a fare la vendemmia. L’anno scorso mi ero tenuto una forbice di tempo libero, ma le uve sono maturate più tardi e avevo già altri impegni che non potevo disdire. Questo è sicuramente uno dei momenti che prediligo, perché è sempre una festa fare insieme la vendemmia. Per il resto del tempo, in particolare d’estate, sono i miei collaboratori ad occuparsi delle vigne. Negli anni, comunque, spero di avere più tempo per dedicarmi anche a questo. Magari farò qualche tour più circoscritto nel tempo, ma mai come negli ultimi anni ho visto la mia vita cambiare in continuazione. Le cose belle sono state tante e venire ad Agliè, forse, mi ha portato fortuna e mi ha aiutato a dare una svolta positiva».

Da torinese che ha scoperto queste terre relativamente da poco e da canavesano adottivo, ha qualche consiglio per valorizzare il territorio?

«Sembra che il Canavese debba essere valorizzato da chi viene da fuori e non dai canavesani. Oggi mi sento del posto, come se avessi avuto dei trascorsi qui. I miei nonni erano stati sfollati a Forno durante i bombardamenti su Torino durante la Seconda guerra mondiale, poi avevo passato in zona qualche vacanza qui da piccolo. Ora mi sento torinese e canavesano. Lo sento molto mio questo territorio e nel mio piccolo cerco di fare il possibile per pubblicizzarlo, perché spero che l'entusiasmo che ci metto io contagi anche altri della zona. Le giovani generazioni stanno già lavorando a questo».

Cosa ama del Canavese?

«Qui c’è una biodiversità che da altre parti non c'è più. Non solo vigne e nocciole, c'è molto altro. Basta uscire da casa, come ho fatto io durante lunghissime camminate a passo spedito per rimettermi in forma. È così che ho scoperto la bellezza di questi posti. Continuerò per tornare a come non sono da 30 anni, senza ansia. Biodiversità di qui, ricchezza che è un valore aggiunto, trovi ancora boschi fantastici, palme europee spontanee. Da parte mia farò del mio meglio per far conoscere il territorio e le sue ricchezze, sempre nell’ottica di un turismo responsabile. Bisogna lavorare tutti uniti, seguendo l’esempio di Tre terre canavesane. È questo che dovrebbe fare tutto il Canavese: mettere da parte antichi campanilismi per lavorare insieme, perché c’è tanto da fare e c’è anche tanto da offrire».

Quali sono i suoi prossimi progetti?

«Sto ristrutturando, dopo che ho messo in vendita l’altra mia casa torinese, un appartamento nella zona del Balon, sarà una piccola bomboniera che mi permetterà di tornare in città qualche giorno. Torino per un po' non mi è mancata, ora voglio tornare ad un equilibrio tra città e campagna, anche se la mia base sarà qui, ad Agliè. Al Balon avevo acquistato un appartamentino di ringhiera a pochissimo, senza prevedere che poi sarei venuto qui, ed è stato un investimento intelligente, nella zona di Torino che amo di più e che ha un po' i connotati del paese, ben delimitato nei suoi confini, in mezzo a una comunità dove tutti si conoscono. Ne conosco già la metà».






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