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Май
2025

Giuli: «Desolante il no dei sindacati della Fenice all’Inno nazionale. Dura negoziare su un valore inestimabile»

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«Mi chiedo e lo chiedo a tutti se tutto ciò di fronte ai cittadini italiani e alla maestà delle istituzioni è degno o non è degno». Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, è a Venezia per promuovere la candidatura Unesco della via Francigena quando esplode il “caso Fenice”: l’opposizione dei sindacati, motivata con ragioni economiche e contrattuali, alla proposta avanzata dall’Associazione Nazionale delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche di far eseguire l’Inno Nazionale all’orchestra e al coro del Teatro La Fenice in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno. Proposta alla quale il ministero aveva dato il benestare, assicurando anche uno stanziamento di 40mila euro per la realizzazione e la trasmissione dopo il Tg1 delle 20, e che avrebbe dovuto rappresentare il primo atto di una nuova “tradizione”, in cui di anno in anno le orchestre dei Teatri d’Opera, le massime istituzioni musicali del Paese, si sarebbero passate il testimone per registrare l’Inno d’Italia da un luogo celebre delle città in cui hanno sede.

Giuli ai sindacati della Fenice: «Davvero stupefacente dire no all’Inno nazionale»

La proposta voleva essere un modo per rendere omaggio alla Repubblica e, insieme, valorizzare il patrimonio operistico italiano, avvicinandolo al grande pubblico in quella data di altissimo valore simbolico. Ma si è scontrata contro il muro dei sindacati locali e a nulla sono valsi anche i tentativi di mediazione da parte dei vertici della Fenice. «I diritti acquisiti si rispettano sempre, quindi i sindacati facciano i sindacati, ma si rendano conto che è realmente stupefacente rifiutarsi di intonare l’Inno nazionale del 2 giugno, se non a fronte di una ulteriore elargizione di 45mila euro vostri e nostri, dato che sono contributi pubblici», ha commentato Giuli.

L’indigeribile idea di dover “contrattare” sull’Inno

«L’Italia è piena di italiani che canterebbero gratis per avere l’onore di intonare l’Inno d’Italia il 2 giugno. Oggi mi ritrovo di fronte a questa stupefacente richiesta che oggettivamente è un elemento di distonia e di disunione. Questa presa di posizione è per me una cosa abbastanza grave», ha aggiunto il ministro della Cultura, chiarendo che «ora non mi sento di promettere trattative economiche sull’Inno d’Italia che ha un valore inestimabile». «Ho sempre rispettato il lavoro di ciascuno e il valore delle rappresentanze sindacali, ma a fronte di un impegno che il Mic comunque responsabilmente riserva alla Fenice, e sono tanti milioni, circa 45, non mi aspettavo una reazione del genere. E quindi – ha sottolineato Giuli – è anche complicato anche solo immaginare ora un negoziato. Mi chiedo e lo chiedo a tutti se tutto ciò di fronte ai cittadini italiani e alla maestà delle istituzioni è degno o non è degno».

Con un ministro di sinistra sarebbe successo? «Non voglio neanche pensarci. I fatti sono già abbastanza desolanti così»

Rispondendo alle domande dei cronisti, poi, Giuli ha chiarito di non voler neanche prendere in considerazione l’ipotesi che quando avvenuto abbia motivazioni politiche. «Non credo – ha detto – che se ci fosse stato al mio posto un ministro “sovietizzante” sarebbe cambiato qualcosa. Non lo voglio neanche immaginare, non sono un complottista e non immagino ci siano retropensieri nell’azione dei sindacati della Fenice. Sono profondamente dispiaciuto personalmente, come ministro della Cultura, che questo sia avvenuto. Non lo so se sarebbe successo anche in presenza di un ministro di sinistra e non voglio neanche pensarci, perché sarebbe più deludente ancora lo stato d’animo che mi procurerebbe questo sospetto, e io non voglio coltivare il sospetto. Sto ai fatti e i fatti – ha concluso – sono abbastanza desolanti già di loro».

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