Badanti in nero scovate grazie alle chat. Migliaia di controlli, recuperati tre milioni
Hanno un contratto di lavoro regolare, ma non dichiarano un euro di reddito. Eppure sono perfettamente consapevoli di come funzioni il regime fiscale italiano: la narrativa dell’incomprensione, della barriera culturale, delle differenze tra i vari sistemi nazionali, è insomma solo un paravento.
La prova è nelle chat, nei gruppi social, in quei canali non esattamente sotterranei - ma nemmeno pubblici - in cui le collaboratrici di ogni età e nazionalità si parlano, si confrontano, si danno suggerimenti e si indicano a vicenda i potenziali clienti; canali che, a un certo punto, sono stati intercettati dalla Guardia di finanza.
Il settore delle badanti, in un Paese che riempie le case di riposo più velocemente di quanto faccia con gli asili, troppo spesso diventa zona d’ombra su cui le Fiamme gialle devono cercare di fare luce: le collaboratrici domestiche sono tante, quasi tutte straniere - meno dell’1% del campione preso in esame dai finanzieri era di origine italiana - e soprattutto sono tenute a presentare personalmente dichiarazione dei redditi, versando poi di conseguenza all’Agenzia delle entrate, visto che il datore di lavoro per loro non agisce come sostituto d’imposta.
Certo, c’è una soglia di esenzione, ma è sotto agli ottomila euro, cifra annuale che non nemmeno vicina ai redditi verificati dalla Guardia di finanza: chi non risultava regolare, infatti, oscillava tra i 15 mila euro minimi e gli 80 mila massimi, tanto che in 116 casi scoperti si arrivava al totale di circa tre milioni di euro.
L’ultima operazione delle Fiamme gialle in questo senso risale a circa un mese fa, nei risultati, quando è venuto a compimento un lavoro che aveva preso in esame circa un migliaio di posizioni presenti nel Veneziano (e soprattutto tra Jesolo e Cavallino - Treporti), da cui è però facile ricavare uno schema più generale del settore, anche perché gli investigatori del nucleo di polizia economico finanziaria hanno analizzato il comportamento fiscale in un arco di cinque anni, tra il 2017 e il 2022, andando ad acquisire i dettagli da fonti Inps.
Ma anche sbirciando nelle chat “di categoria”, dove le lavoratrici si indicavano a vicenda i lavori alla morte di un assistito, perché nessuna rimanesse mai senza uno stipendio, anche a costo di cambiare provincia, e dove si lamentavano dei controlli fiscali, che parevano colpire solo determinati territori, dimostrando così di essere tutte ben consapevoli delle regole da seguire.
In provincia si calcola che siano presenti 10,7 lavoratrici del settore ogni 100 anziani che hanno superato i 79 anni, ovvero circa 11 mila in tutto, parlando in termini assoluti (4.200 sarebbero colf, 7.100 le badanti per anziani). Lo stipendio medio, stando alle statistiche, si aggirerebbe intorno ai 6.500 euro, fatalità sotto la soglia della dichiarazione, in contrasto con quanto rilevato dalla Finanza.
Quello che emerge è un comparto che, se per la maggior parte si mantiene in regola, nasconde in seno delle situazioni illecite dal peso specifico non indifferente: su mille lavoratrici 116 risultano del tutto invisibili all’erario, e proprio i loro redditi una volta illuminati superano come minimo del doppio quello medio conosciuto.
Per far tornare i conti, forse la chiave sono le rimesse verso l’estero: su mille collaboratrici, solo otto erano italiane, le altre erano originarie dell’est Europa (Ucraina, Romania e Moldavia, principalmente) in pochi casi Marocco e Filippine. Tutte mandano soldi verso casa, fondi che viaggiano su canali alternativi, difficili da tracciare e che non sono ancora stati quantificati.
