Addio Maria Campitelli, la storica dell’arte che ha portato il contemporaneo a Trieste
TRIESTE Doveva inaugurare proprio oggi, venerdì 29 settembre, alla Sala Veruda di Palazzo Costanzi, assieme alla co-curatrice Giada Caliendo, la rassegna della pittrice Isabel Carafì.
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Ma Maria Campitelli, importante critico militante, curatrice di mostre ed eventi di pittura, musica e danza e public art, animatrice culturale e intellettuale triestina di apertura e levatura internazionali, ci ha lasciati giovedì sera alle 21 dopo aver combattuto a lungo contro la malattia che l’aveva colpita da tempo.
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Nata il 5 agosto 1930, aveva 93 anni. Temperamento brillante ed eclettico, dall’inflessione non troppo diplomatica, per lei, mente critica e speculativa sempre protesa all’innovazione e al futuro, tutto era possibile. La incontravi ogni tanto nelle sale d’aspetto della politica per ottenere – come si direbbe in dialetto “muso duro e bereta fracada” – finanziamenti, essenziali per qualsiasi creativo al fine di realizzare i propri sogni e dar seguito alle proprie intuizioni d’avanguardia. E di sogni, condivisi soprattutto con i giovani artisti, da cui era molto amata, Maria ne aveva tanti.
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Figlia di Matteo Campitelli - pittore e ritrattista istriano formatosi alla Scuola per capi d’arte di Trieste e alla Kunstgewerbeschule di Vienna – al quale aveva dedicato anni fa un’approfondita retrospettiva a palazzo Costanzi, Maria aveva respirato arte in famiglia grazie anche alla zia Ita, pittrice e musicista, e alla madre Lia, che pure amava la pittura. E lei stessa all’inizio dipingeva ma, dovendo operare una scelta, si laureò in Storia dell’Arte bizantina, insegnando quindi Storia dell’arte all’Istituto d’arte di Trieste. Seguirono delle ardite incursioni nel contemporaneo, suggerite anche dall’attività del padre, sensibile al nuovo.
Ed ecco che, con il concorso dell’artista austriaca Erika Stocker e di Paolo Bisleri, nel ’78 porta gli artisti dell’Azionismo viennese a Trieste con le performance di Otto Mühl ed Hermann Nitsch, suscitando notevole scalpore e attenzione. Tra le mostre – più di 500 – da lei curate, ci sono state poi il ciclo di Natura naturans, quelle dedicate al rapporto tra arte e moda, l’esposizione degli artisti messicani alle Scuderie di Miramare nel 2013 e degli artisti triestini in Messico.
E infine il ciclo degli ultimi anni legato alla scienza e alla robotica, il Festival Robotics. Collaboratrice per decenni delle pagine culturali del Piccolo, di Juliet e altre riviste, nel 2013 aveva ricevuto il Sigillo Trecentesco del Comune di Trieste e nel 2014 per la mostra "Messico circa 2000" la "Medaglia del Presidente della Repubblica".
La notizia della sua scomparsa ha destato molta emozione nel mondo culturale triestino. Il critico e curatrice Giada Caliendo la ricorda come «un grande punto di riferimento dell'arte contemporanea, un pilastro e un'innovatrice. Ha saputo affermare il proprio particolare modo di fare la curatrice. Quando l'ho conosciuta si è mostrata curiosa riguardo alla mia persona, un nuovo critico d'arte che veniva dal Sud, e mi ha dato qualche dritta. Come Molière ha lasciato questa terra recitando il suo ruolo fino in fondo, infatti oggi abbiamo inaugurato l’ultima mostra che ha curato».
Per Massimo Premuda, presidente della Casa dell’Arte di Trieste e socio del Gruppo ’78, fondato dalla Campitelli (che ne era divenuta presidente) con altri artisti e intellettuali triestini nel 1978 con il fine di diffondere l’arte contemporanea, «il suo grande merito, oltre ad aver formato intere generazioni di ragazzi, è quello di aver sdoganato il contemporaneo in una Trieste ancora rivolta al passato, facendo incursioni in spazi non dedicati all’arte con manifestazioni espositive di levatura internazionale e presentando sempre la ricerca artistica più avanzata. Mancherà molto alla città».
E l’ex sindaco Roberto Cosolini, che le aveva consegnato il Sigillo della Città, ricorda «la felice esperienza di collaborazione che promosse tra artisti contemporanei triestini e messicani, con un evento bellissimo a Oaxaca». Era talmente protesa verso il futuro che per lei l’idea della morte non esisteva.
