Giacomo Casanova a Trieste tra sesso e spionaggio nelle carte ritrovate a Praga
TRIESTE Nel pomeriggio del 10 settembre 1774 Giacomo Casanova lasciava Trieste dopo un soggiorno di quasi due anni. Il celebre avventuriero, noto per le sue gesta amorose, i duelli e l’evasione dal carcere, aveva ricevuto il perdono dagli Inquisitori di Stato per la fuga dai Piombi. Sarebbe ritornato nel porto franco solo una volta ancora, per pochi giorni, qualche anno più tardi. Viaggiava leggero alla volta di Venezia: lasciava a Trieste cuori spezzati, qualche debito e alcune casse di libri e documenti.
Grazie alle sue Memorie, pubblicate postume nel 1822, conosciamo molti dettagli sul suo affascinante soggiorno triestino: il racconto ci parla dei balli al teatro, delle feste al casino, delle amicizie altolocate, degli amori e delle passioni per le cameriere slovene. Ma le memorie non dicono tutto, e l’archivio di Casanova in gran parte inedito, conservato dal 1948 a Praga presso lo Státní Oblastní Archiv, ci rivela quello che tacque o comunque non volle far sapere.
Con il terzo centenario della nascita che si avvicina (1725/2025), l’Archivio di Praga ha avviato una intensa campagna di digitalizzazione del fondo Casanova. Le anticipazioni svelano la geografia delle sue carte, i motivi per cui le ha conservate e come le ha utilizzate. Tra queste troviamo le lettere, conti delle spese, appunti su persone e annotazioni letterarie. Informazioni, notizie, numeri raccolti a Trieste: tutto ciò che spiega il doppio ruolo di Casanova nella nostra città; una spia al servizio di Venezia nascosta sotto i panni dello scrittore e un consigliere segreto per il governo di Trieste.
A Trieste Casanova aveva lasciato un cassone di documenti e libri. Questo tesoro era stato affidato ad Antonio Rossetti, non ancora divenuto nobile de Scander, all’epoca commerciante in rosolio, il liquore che tanto piaceva nelle corti d’Europa. Il cassone venne custodito per oltre vent’anni da Giuseppe Rossi, un dipendente di Rossetti che lo conservò anche dopo il fallimento di Antonio e la fuga del figlio Giovanni, inseguito dai creditori. Alla fine del 1794, quando si era ritirato a Dux in Boema e stava scrivendo le proprie memorie, Casanova si fece vivo per riavere il prezioso contenuto.
Di che si trattava? Di qualche libro e molte lettere, da amici goriziani e triestini: Rodolfo Coronini, Carlo Morelli, Vincenzo Strassoldo, Sigismondo Zois, Giosefa Torres, ma anche appunti e informazioni fornite segretamente dall’allora presidente dell’Intendenza commerciale di Trieste, Franz Adam Lamberg. Sembra probabile che Giuseppe Rossi, l’ultimo custode del cassone, abbia richiesto un compenso adeguato per restituirlo. In una lunga lettera in cui Rossi spiegò a Casanova le sue disavventure dopo essersi licenziato da “quei bricconi delli Rossetti” per avviare una propria fabbrica di rhum.
Si era trovato in concorrenza con “quel volpone” di Pasquale de Ricci, già consigliere dell’Intendenza e proprietario di mezza Trieste. Rossi aveva bisogno di soldi per promuovere una sua invenzione, un liquido antincendio che rendeva il legno incombustibile e che aveva mostrato pubblicamente nella piazza della Pescheria (dove oggi c’è la confluenza tra via della Pescheria e via del Pesce).
Casanova probabilmente pagò. Tra le carte restituite da Trieste emergono documenti sinora sconosciuti, come gli appunti di Casanova sulla guerra del tallero tra Venezia, che continuava a coniare il proprio con il celebre Leone di San Marco, e l’Austria, dove era stato introdotto il tallero di convenzione con l’effigie di Maria Teresa. Emergono le sue opinioni sulle incapacità dell’amministrazione cittadina, con suggerimenti per incentivare il commercio via mare e per la creazione di un Banco di prestiti. Inoltre, Casanova aveva idee per far crescere il numero dei carpentieri, calafati, cordai, fabbri, e per far concorrenza a Venezia nella lavorazione della canapa.
Le scoperte non si limitano al doppio volto di Casanova, al servizio ora di Venezia e ora dell’amministrazione asburgica. Emergono anche dettagli sulla sua cerchia di amicizie femminili. Gran parlatore, alto, con il fisico possente e la carnagione leggermente olivastra, Casanova aveva conquistato le donne della nobiltà triestina, ma non disdegnava le cameriere e le ragazze del popolo. Celebri sono i racconti del suo corteggiamento verso Barbara de Leo, l’Arlecchino travestita nel Carnevale 1773 e verso la bella Lenzica, la cameriera slovena del conte Strassoldo sfuggita ad un forzato trasferimento a Vienna. Dai documenti boemi riemergono anche i testi delle poesie che dedicava ad altre fanciulle triestine, soprattutto alle ragazze della famiglia de Leo: un madrigale per Giuseppina (1758-1813) “nobile donzella all’occasione del giorno di S. Giuseppe di cui porta il nome” che lodava la perfezione di tutti i suoi attributi; e un sonetto consolatorio per Teresa (1762-1829), vittima del “vil gracchiare” e riscattata dalla virtù resa luminosa dai raggi fulgenti del sole che dal “Carnio regno” si stendevano verso le “Giuliache genti”. Versi che oggi ci potrebbero sembrare roboanti, ma infiammavano le sei ragazze de Leo (soprattutto “quele che balano”, come scriveva compiaciuta la loro madre), tutte affascinate dall’avventuriero veneziano.
