Rivive al Museo Carà la lunga epopea dei “Cantieri e cantierini” di Muggia
MUGGIA. Non solo ferro e legno, mare e terra, ma uomini che insieme hanno costruito una memoria con il loro lavoro. La storia scritta dagli operai spesso manca, come mancano le fotografie degli uomini per lasciare spazio invece alla perfezione della tecnica, la ricerca dell’eccellenza, l’estetica del prodotto finito. Non è il caso dei cantierini di Muggia, com’erano chiamati gli operai che per più di un secolo hanno costruito navi militari e mercantili dai tempi del primo cantiere navale, il San Rocco, nato nel 1857. Uomini e navi sono raccontati adesso in una mostra fotografica dal titolo “Cantieri e cantierini: storie di uomini” nel Museo d’Arte Moderna Ugo Carà di Muggia, aperta fino al 20 agosto, che raccoglie fotografie, documenti storici, pezzi di arredamento di navi e di cantieri, tute da lavoro e veri e propri cimeli che testimoniano il passaggio di un’epoca.
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Ma a nulla servirebbero oggetti e quadri senza la memoria di chi quegli oggetti li ha costruiti. Grazie al coinvolgimento della comunità muggesana voluto dallo storico Francesco Fait, che insieme a Marzia Piuca ha curato la raccolta e l’allestimento della mostra, molti ex lavoratori e lavoratrici hanno collaborato attivamente per costruire insieme una memoria collettiva. Chi con foto, documenti, cartelloni degli orari, buste paga e oggetti appartenenti alle navi, chi con la propria memoria a disposizione, i “cantierini” narrano in video i processi di funzionamento dei cantieri muggesani, la lunga storia del San Rocco, che ha decretato fortuna e continuità al lavoro stesso. E poi il Martinuzzi, piccolo cantiere ma estremamente produttivo che contava circa una ventina di navi; il Felszegy, privato e di poca estensione, ma audace nei progetti di costruzione e manutenzione; il Carlini e il Matassi, squeri fondamentali che insieme hanno convissuto nel piccolo borgo di Muggia.
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Le testimonianze spaziano dai dettagli tecnici del lavoro di carpentiere, la precisione degli orari di lavoro fino ad arrivare alla fatica fisica di costruire una nave di seicento tonnellate in un anno facendo affidamento solo sul proprio corpo, in assenza di gru o altri macchinari per trasportare i materiali.
«Abbiamo voluto focalizzare l’attenzione sugli uomini – dice Fait – per non disperdere testimonianze che costituiscono una memoria fondamentale per la realtà di Muggia, un borgo che da sempre sente un importante attaccamento alla dignità dei lavoratori, al punto da nominare molte vie della città con i nomi dei mestieri».
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Una terra di mare e saline con quattro cantieri navali che un tempo contava poco più di quindicimila abitanti, di cui la maggior parte operai addetti alle costruzioni e manutenzione delle navi, sono la roccaforte di migliaia di costruzioni.
I “mistri” erano gli anziani, i capi che dirigevano il lavoro sotto i quali c’erano i lavoranti, operai con qualche anno di esperienza a loro volta seguiti dagli apprendisti, giovani a cui veniva insegnato il mestiere. Per salire di grado, i ragazzi dovevano lavorare sette giorni alla settimana, dodici ore al giorno con straordinari non retribuiti, fino a sostenere “la prova d’arte”, un esame sia teorico che pratico. Dopo il lavoro, erano obbligati a frequentare anche i corsi serali.
Molti testimoni ricordano i cantieri come una vera e propria “università delle navi”, chi sostenendo che i mistri erano guide maestre dei loro addetti, chi sottolineando la fatica e lo sfruttamento che dagli stessi gli veniva imposto.
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Il varo era il momento da tutti atteso per onorare la nave completata, ma soprattutto per vedere il frutto della propria fatica, l’orgoglio di sentirsi parte viva nella propria identità di lavoratori: coreografie e liturgie accompagnavano il giorno dell’inaugurazione con la madrina, solitamente figlia di benestanti, che vestita in abiti da festa spaccava la bottiglia di vino in segno di buona sorte e con un poeta addetto a scrivere un sonetto per la nave.
«Muggia vanta il primato di città per cantieri navali – continua Fait – anche per la costruzione della Morven, la nave cisterna chiamata affettuosamente dai muggesani ”nave bikini”, costruita in due parti separate nel cantiere Felzsegy perché troppo piccolo. Per i tempi, saldare le due porzioni era un’operazione audace e innovativa, tanto quanto la costruzione di Italia, la nave passeggeri che si diversificava per la sua estetica: all’interno l’arredamento di importanti architetti e artisti triestini, tra cui i quadri del Mascherini». Due furono le navi cosrtute su commissione da parte di delegazioni cinesi di Formosa negli anni Sessanta. In mostra si vedono le foto delle firme dei contratti e del giorno del varo per sottolineare l’audacia dei cantieri di un borgo piccolo come Muggia.
A causa della mancanza di commissioni, i tempi dei licenziamenti iniziarono negli anni Venti peggiorando durante la guerra; la rabbia degli operai si manifestò con scioperi e proteste finalizzate anche a sensibilizzare un miglioramento delle condizioni di lavoro fatto di turni massacranti e inalazione dell’amianto.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1946 tutti i cantieri vennero occupati dagli operai in segno di disobbedienza. Un forte senso di appartenenza al loro posto di lavoro e alla loro città li riuniva all’interno dell’odierno Museo Carà, oggi rivestito esternamente da legno teak e acciaio corten, materiali fondamentali delle navi, un tempo edificio adibito come casa del popolo dove crearono delle vere e proprie organizzazioni operaie impegnate nei diritti e nell’alfabetizzazione dei carpentieri fino al “Dopolavoro” nato nel 1934 come centro ricreativo che coinvolgeva tutti gli operai in attività culturali e sportive, consapevoli di far parte di un gioco di squadra ancora oggi profondamente sentito.
