«L’intelligenza artificiale corre sempre più veloce Dobbiamo essere rapidi nell’imparare a governarla»
TRIESTE. «Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa» scriveva Isaac Asimov, dettando le leggi della robotica. Il telaio meccanico che, durante la rivoluzione industriale, sostituì la tessitrice. L’intelligenza artificiale (Ia) che, oggi, è in grado di generare parole, immagini e video. In Friuli Venezia Giulia, l’ultimo report di Confartigianato nazionale stima 106 mila occupati in settori a rischio automazione. «L’Ia sta cambiando il mondo del lavoro, ma l’intelligenza umana non sembra poter essere sostituita presto». Barbara Gallavotti, biologa, giornalista, divulgatrice scientifica, invita a non temere la rivoluzione digitale: «La macchina è in grado di fare molte cose al nostro posto, ma manca di esperienza e autocritica. Il punto non è se l’Ia fa paura, ma se siamo pronti a governarla».
L’operaio del futuro dovrà avere nozioni di robotica?
«La mente è insuperabile nell’essere flessibile. Negli anni la società si è indirizzata verso una formazione molto specializzata: imparare una cosa specifica, e molto bene. La stessa Ia è settoriale: c’è un software che scrive un testo, uno che genera un’immagine, uno ancora che assiste nella diagnostica. È possibile inserire tutti questi programmi in un computer, e farli girare assieme. La capacità di integrare diverse conoscenze, comunicare, ragionare, è però prerogativa del cervello umano. L’Ia, a breve, non sostituirà tutto: solo le attività meno complesse».
Perché allora ci fa così paura?
«La diffidenza verso l’innovazione digitale cela spesso l’ansia del cambiamento che accompagna il progresso. L’uomo ha paura di ciò che non conosce e di ciò che, se usato in modo sbagliato, può fare danni. Quando il nostro antenato scheggiò la prima lama, si pose il problema se usarla per tagliare un ramo o ferire il proprio fratello. L’evoluzione tecnologica ha così richiesto una regolamentazione etica, sociale, giuridica dello strumento. E così per tutte le tecnologie. La digitalizzazione, come è stato per le innovazioni del passato, ha forti impatti sulla società, ma stavolta i tempi sono molto più brevi. L’uomo preistorico impiegò forse migliaia di anni per regolamentare il come utilizzare un coltello. Le chatbot di Ia sono uscite su larga scala lo scorso autunno, e fanno già parte della nostra vita. È la velocità dello sviluppo del digitale a forzare questi tempi, renderli rapidissimi e globali. Il punto non è se l’Ia fa paura, ma se siamo pronti a comprendere come usarla, metterla a sistema e governarla».
In che modo regolamentare l’Intelligenza artificiale?
«È importante essere consapevoli di cosa si sta parlando. Siamo già quotidianamente chiamati a prendere decisioni su scienza e tecnologia: dall’Ia, al cambiamento climatico. È talvolta legittimo rifiutare un’innovazione, ma solo bilanciando pro e contro, e per motivi sensati. Nei paesi anglosassoni si parla di “cittadinanza scientifica”. Il punto è fornire alle persone informazioni e conoscenze. E metterle nelle condizioni di partecipare al dibattito. L’Ia pone molti dubbi ed è chiaro che principi e interessi saranno diversi, ma le decisioni vanno prese democraticamente e in modo consapevole».
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È possibile parlare di etica digitale?
«Il diritto d’autore è un punto emblematico. Mi viene in mente il caso del grafico polacco Greg Rutkowski, artista che realizza paesaggi fantasy. Il suo stile è ora uno dei “prompt” più usati nei nuovi generatori di immagini open source. L’Ia consente a chiunque di creare immagini straordinarie basate su semplici istruzioni. Ad esempio, basta digitare “mago combatte un drago Greg Rutkowski” e il sistema produce un’immagine nello stile dell’artista. Ma questi programmi “imparano” sulla base di innumerevoli immagini prese da internet, senza alcuna autorizzazione e riconoscimento agli autori, sollevando dubbi complessi su etica e copyright».
La macchina può davvero sostituirsi all’uomo?
«L’intelligenza umana non sembra poter essere sostituita presto. La macchina è in grado di fare molte cose al nostro posto, come il telaio meccanico poteva tessere più velocemente della tessitrice. La quale, però, conservava giudizio e saggezza. Il valore umano, che resiste a dispetto della tecnologia. I software di “revoicer” possono clonare la voce di una doppiatrice, ma non avranno mai la stessa inflessione. L’Ia può generare un testo, ma mancherà di quella metafora che solo lo scrittore sentirà sua. È un qualcosa che non è semplice riprodurre, a niente servirà aumentare l’intelligenza delle macchine. L’esperienza, l’autocritica, la creatività, la sensibilità, sono umane».
