Kiev punta al Danubio e ai suoi porti fluviali per assicurare l’export del grano
La Russia si ritira dall’accordo sul grano via Mar Nero, essenziale per non far esplodere i prezzi dei cereali a livello globale e evitare gravissime crisi alimentari nel sud del mondo. E allora l’Ucraina, sostenuta dall’Europa, guarda di nuovo a un grande fiume, spesso maltrattato e inquinato, come àncora di salvezza per continuare a esportare cereali in tutto il mondo. Ma i rischi sono alti, anche per i Balcani. È lo scenario che si va concretizzando nella parte terminale del Danubio, tornato “autostrada” del grano ucraino verso l’estero.
Cuore dell’operazione sono in particolare alcuni piccoli porti fluviali al confine con la Romania, quelli di Izmail e quello ancora più a monte di Reni, vicino alla città romena di Galati. Da lì, nel 2021, partivano solo 500.000 tonnellate di granaglie, ora l’obiettivo di Kiev è di arrivare in breve «a due milioni», ha svelato S&P Global in un articolo dedicato al Danubio come via di salvezza per l’economia ucraina.
Ma c’è anche un’altra soluzione. Mentre dai più piccoli porti fluviali si potrà far arrivare i cereali nel Mediterraneo, il grande porto romeno di Costanza fungerà sempre di più da trampolino, grazie ai mega-cargo che lì possono approdare, per spedire i cereali in tutto il mondo, ha aggiunto S&P. Che ha confermato: la «nuova strategia degli esportatori russi, già nei mesi passati e soprattutto dopo il collasso dell’accordo sul grano, è proprio quella di concentrarsi sul Danubio», via più lenta – perché prima il grano deve essere trasportato fino ai porti fluviali via camion o ferrovia - ma certo più sicura.
«Eravamo un cul-de-sac, ora dopo la fine dell’intesa sul grano ci siamo aperti al mondo col business del grano», ha detto un abitante di Izmail, venditore di formaggio, ai media francesi venuti a osservare il boom della cittadina ma anche gli aspetti negativi dell’affare, con centinaia di Tir in transito, strade piene di buche causa traffico pesante, code infinite di tir in attesa di scaricare le merci.
Dietro l’affare c’è anche Washington e l’agenzia Usaid (Agenzia degli Usa per lo sviluppo internazionale), come conferma la visita già ad aprile dell’ambasciatore Brink a Reni e Izmail, per «sottolineare il sostegno Usa all’export di grano ucraino» proprio attraverso «i porti sul Danubio», con milioni di dollari incanalati nel potenziamento dei porti danubiani.
Porti piccoli, ma che se ulteriormente sviluppati hanno la capacità di esportare tutta la produzione cerealicola ucraina, ha confermato Benoit Fayaud, vice direttore di Strategie Grains, un’agenzia privata specializzata in economia agricola. Non ci sono solo luci ma anche grandi rischi. Uno riguarda l’inflazione, col grano esportato via fiume che, per motivi logistici, ha prezzi più alti di quello spedito via Mar Nero. Poi c’è il problema della siccità, ha avvisato l’agenzia Bloomberg, causa caldo torrido e scarse precipitazioni nella regione balcanica.
«Il livello sta calando giorno dopo giorno e non si possono così caricare le chiatte al massimo», ha confermato il broker del grano Andrei Balasoiu. E ci sono poi timori per la sicurezza, che potrebbero portare a un’escalation pericolosissima. «Non sappiamo se il Danubio è sicuro, perché la Russia potrebbe includere come obiettivi le navi sul fiume», ha avvisato via Twitter l’attento analista Andrey Sizov.
«Potenziali attacchi ai terminal sul Danubio potrebbero essere una svolta» nella guerra, portandola alle porte della Romania e dei Balcani. Intanto anche la Croazia, per bocca del segretario di Stato Matusic, ha offerto le sue infrastrutture - e i porti - per esportare il grano ucraino.
