LaChapelle: «Trieste mi piace. Sono tornato indietro nel tempo»
TRIESTE Al Salone degli Incanti sono tutti indaffarati a terminare l’allestimento della mostra “Fulmini”: tre uomini stanno montando alcune mensole, un altro ha un pennello in mano e sta ritoccando le pareti con del colore bianco mentre un altro ancora attacca i testi delle didascalie, assicurandosi con una bolla che siano tutti diritti. «Andiamo a sederci?», chiede David LaChapelle appena tornato dal pranzo. Trova una panca blu in fondo al Salone e si mette comodo, per poi decidere di sdraiarsi, perché confessa di parlare meglio in quella posizione.
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Rimarrà a Trieste fino a domenica, così da partecipare all’inaugurazione della sua mostra “Fulmini”. È a Trieste con il suo team da tre giorni, impegnato nell’allestimento all’ex Pescheria, tra la sistemazione delle foto e l’organizzazione di tutti i dettagli. Questo tempo gli è bastato per essersi già innamorato della città: «È un tesoro nascosto – afferma - e poi è ai margini, che è esattamente dove voglio stare, dove accadono le cose».
Se poi gli si chiede che cosa lo ha più colpito in questi primi giorni risponde senza esitazione che sono i triestini con il loro modo di fare. «Anche la gente qua è bella e molto gentile. Non è come in altre città turistiche, in cui hai le persone che provano a convincerti in tutti i modi a entrare in un ristorante e ti urlano continuamente contro per strada. Qui non è così, si cammina ed è tutto normale e tranquillo. Non c’è ancora troppo turismo». Fa un paragone un po’ azzardato con Las Vegas e gli Stati Uniti, in cui tutti sono sempre di fretta e concentrati a fare soldi.
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Con Trieste, aggiunge, è entrato in sintonia: «Ci si sente come se, entrando in questo mondo triestino, non si fosse disturbati. Mi piace perché mi sembra di essere tornato indietro nel tempo».
Se apprezza questo aspetto della città, non può non approfittare della settimana per un passaggio alla spiaggia del Pedocin, con il suo muro divisorio, una delle curiosità che più intrigano i turisti. Né lui né il suo amico, l’artista Luca Pizzaroni, nel frattempo arrivato in Pescheria, conoscono questo luogo speciale e si fanno indicare sulla mappa al cellulare dove si trova. «Mi piacciono queste vecchie cose – sorride LaChapelle – e adoro quando potrebbero essere arcaiche per gli standard di oggi. In realtà appartengono a un altro tempo, al tempo della storia, con i suoi rituali e le sue regole. Questi luoghi rendono la vita più interessante perché ti sembra di stare in un romanzo!».
Aggiunge poi: «Ma si può stare nudi? Altrimenti non ci vado». Racconta che la sua fattoria di Maui, nelle Hawaii, è stata per trent’anni una colonia di nudisti, in cui il corpo delle persone stava davvero in connessione con la natura. «Lo chiamiamo prendere il sole (in inglese, questa espressione si traduce con la parola sunbathe, letteralmente “un bagno di sole”) perché, quando ti sdrai al sole, questo ti pulisce la pelle». Non lo sa ancora, ma se avesse davvero trovato la città perfetta in cui trasferirsi?
Conosce un po’ della storia di Trieste e, nel tardo pomeriggio, ha in programma un tour guidato, perché vuole scoprirne ogni angolo. Ieri gli hanno raccontato che proprio lì, al Salone degli incanti, sono state girate alcune scene del Padrino. Si corregge: «Una sola scena, ma la più grande – per poi aggiungere, in italiano -, mamma mia!».
È ormai completamente sdraiato sulla panca blu, con gli occhi sognanti, e inizia un elenco di ciò che ama dell’Italia: «Pasolini, Fellini, Anna Magnani, Sophia Loren, Franco Zeffirelli». A questo nome, segue un vivace battibecco con il suo amico, comprensivo di insulti rigorosamente in italiano, su quale sia il miglior film su Gesù mai girato: Gesù di Nazareth di Zeffirelli è o no migliore di Ben-Hur?
Dell’Italia, ammette con una certa soddisfazione, gli piace anche il cibo: «Pizza margherita o con i funghi, penne all’arrabbiata, spaghetti». Non ha ancora avuto il tempo di scoprire i piatti tradizionali triestini. Gli piacerebbe trasferirsi in Italia, per la sua cultura e la storia dell’arte. «Anche per gli italiani – continua - e il loro modo di vivere. Sono un po’ come i sudamericani: si sente il calore e l’ospitalità e poi sanno godere della cucina, della musica, delle arti…». Non ha ancora scelto la città più adatta a lui, ma di Trieste è rimasto sicuramente colpito. E conclude: «Amo che gli italiani mi amino e io li amo a mia volta. È così, è una storia d’amore».
