Emanuela Grimalda: «Quando ho incontrato Robert De Niro sul set non pensavo fosse reale»
TRIESTE Emanuela Grimalda, oggi, è un’attrice amatissima, ma da bambina non sapeva ancora che la sua strada sarebbe stata la recitazione. Cresciuta a Borgo San Mauro, a Trieste, a un passo dal mare e dal Carso, dopo le scuole medie si è iscritta all’Istituto d’Arte Nordio, accarezzando l’idea di fare la pittrice. Solo molti anni dopo, a Bologna, avrebbe scoperto quasi per caso che il suo destino era quello dell’attrice: il grande pubblico ha imparato a conoscerla grazie al personaggio di Ave Battiston nella serie Rai “Un medico in famiglia”, ma Grimalda ha lavorato anche al cinema a fianco di Antonio Albanese, Gigi Proietti e perfino di Robert De Niro, e continua a calcare i teatri di tutta Italia con i suoi testi esilaranti e pungenti. Una comicità, la sua, che non si esaurisce sulla stretta attualità, ma che sa graffiare sugli archetipi. Emanuela vive a Roma con il marito e il figlio Giaime, ma torna spesso a Trieste a trovare i genitori e la sorella Lorena.
La prima svolta della sua vita avviene negli anni ’80 quando, con l’amico Alessandro Fullin conosciuto al Nordio, decide di iscriversi al Dams di Bologna. «A 17 anni avevo frequentato l’Idad, l’Istituto D’Arte Drammatica di Trieste, la mia insegnante era Omera Lazzari», racconta. «Ma non sono partita con l’idea di fare l’attrice. Volevo varcare l’ orizzonte che vedevo dal molo Audace: il Dams c’era solo a Bologna, si narravano vicende leggendarie. Mi sono iscritta al corso di Arti visive, ma avevo le idee poco chiare».
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Quando le è venuta la voglia di provare a recitare?
Tutto è partito da un copione che mi sono trovata sul davanzale: me l’aveva lasciato il poeta Marco Barbieri. Si chiamava “Le fate” ed era un componimento poetico, un lavoro sulla fiaba. Poi ho fatto con lui altri due spettacoli.
E quando ha capito invece che poteva far ridere?
Il passaggio al comico è avvenuto nel 1988 con la “Salomé” di Fullin. Alessandro mi dice: “Perché non facciamo la Salomé di Oscar Wilde in chiave psichedelica?” Recitavamo due personaggi a testa, lui Erode ed Erodiade, io Salomé e il giovane siriano, un maschio e una femmina ciascuno. Lo spettacolo era prodotto dal Cassero di Bologna, il primo circolo di cultura omosessuale ad avere una sede istituzionale nel 1982. Ho iniziato lì a fare il teatro comico. Era frequentato da creativi, una fauna pittoresca e varia di persone molto libere. È un mondo che mi ha molto nutrito perché sono entrata in contatto con la cultura camp. E ho capito che volevo unire dei contenuti al divertimento.
A quel punto, si è rimessa a studiare teatro…
Nel 1989 ho partecipato al concorso per comici “La Zanzara d’Oro”: facevo un pezzo mio parlando come le doppiatrici italiane del cinema, alla Tina Lattanzi. In finale però è stato un disastro di fischi. A quel punto mi sono detta: o lo faccio sul serio, oppure no. E mi sono iscritta alla Scuola di Teatro. Da lì mi ha preso il regista Nanni Garella per “Gl’innamorati” di Goldoni e sono partita con una vera tournée di prosa.
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Nel 1996 la sua vita cambia ancora: perché ha sentito che era il momento di trasferirsi a Roma?
Avevo già iniziato a lavorare a Roma con Giorgio Barberio Corsetti, un importante regista di teatro di ricerca, e nel 1995 avevo debuttato in televisione nella trasmissione “TV cumprà”, con Luciana Littizzetto. In quegli anni poi ero fidanzata con Stefano Accorsi, che voleva trasferirsi nella capitale. Quando sono stata sfrattata dall’appartamento di Bologna, mi sono decisa. Il passaggio a Roma è stato impegnativo, mi sono ritrovata in un modo di lavorare e una città completamente nuovi. Ma nel 1998 ho fatto la serie “Sei forte maestro” e “Vacanze di Natale”, ho cominciato col cinema e la televisione.
Com’è andata quella volta che si è trovata sul set con Robert De Niro?
Stavo girando “Un medico in famiglia”, era il 2012, e a un certo punto il mio agente mi ha detto che c’era un provino per il film “Manuale D’Amore 3” con Michele Placido, Monica Bellucci e De Niro. Interpretavo una sua vicina di casa pugliese, lui recitava in italiano. È stato il mio attore feticcio, sono cresciuta col cinema americano, e quando l’ho visto mi è sembrato di vedere Topolino: una di quelle icone americane che pensi non esistano.
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A proposito di “Un medico in famiglia”, Ave Battiston ha avuto un successo enorme: è stato difficile prendere poi le distanze dal personaggio?
Un personaggio che ha un impatto forte in una trasmissione popolare può vampirizzarti, ed è ancora più vero per un’attrice donna, perché i ruoli di riscatto possibile a cui puoi attingere sono numericamente molti meno. È un dato culturale: nei cast ci sono sempre più ruoli maschili che femminili. Per tornare a fare un personaggio importante in televisione ho dovuto aspettare “Volevo fare la rockstar” di Matteo Oleotto, girato a Gorizia, dove interpretavo un’altra nonna ma del tutto diversa, Nadia. Nel frattempo ho rilavorato in teatro, ho fatto “Le difettose”, prodotto da me. E poi è nato mio figlio Giaime.
“Le difettose”, tratto dal romanzo di Eleonora Mazzoni, parla di procreazione assistita: cosa l’ha attirata nel tema?
Quando ho letto il romanzo, nel 2012, cercavo un testo non mio da fare in teatro, che avesse qualcosa da dire di forte sul versante drammaturgico ma anche la capacità di entrarci con ironia. Mi piacque il titolo: allude a un difetto in cui le donne si sentono comunque sempre. Poi mi interessava il tema del tempo. Le quarantenni di oggi non sono più le stesse di 50 anni fa, ma c’è un gap: sei giovane più a lungo, ma l’età fertile non si allunga. E poi una donna prima di avere un figlio vuole fare carriera, cerca la relazione giusta. Quando è pronta magari questo figlio non arriva. Ho chiesto di mettere nel testo anche una coppia omogenitoriale, due donne che vogliono un figlio. La scienza oggi apre nuove frontiere con le quali confrontarsi. Poi sono diventata mamma, ma sono percorsi assolutamente separati.
In cosa la nascita di Giaime ha cambiato il suo sguardo sulla vita e sul lavoro?
Diventare mamma è stato toccare un punto massimo di fragilità e di gioia, un sentimento enorme. Forse sono diventata più compassionevole nei confronti degli esseri umani. C’è, soprattutto in Italia, una mistica della maternità poco realistica, o viene raccontata la superdonna che lavora e non vuole figli, oppure la mamma a tempo pieno. La stragrande maggioranza invece sta in mezzo a queste due cose, ed è vero che è difficile conciliare lavoro e realizzazione nella vita personale, una cosa toglie del tempo all’altra. Questa conflittualità l’ho vissuta anche come figlia: mia mamma lavorava e si sentiva in colpa. Se ne parla troppo poco: quando hai figli, sul lavoro devi far finta di non averli.
Però le donne hanno risorse straordinarie: lo racconta anche nel suo spettacolo “Dio è una signora di mezza età”…
Ho scritto un monologo dove ipotizzavo che Dio fosse donna che, se ci pensiamo, è un’ipotesi assolutamente fondata: una delle caratteristiche di Dio è l’ubiquità, deve fare cento robe alla volta: solo una donna può riuscirci. Abbiamo mai visto un uomo far due cose contemporaneamente?
Lei vive lontana da Trieste da più di trent’anni, ma continua a usare il dialetto, come nelle sue “lezioni di triestino” sui social media durante la pandemia…
La cosa che mi manca di più di Trieste è la mia lingua. Ho abitato tanti anni con Fullin e parlavamo sempre in triestino, è l’unica persona a parte i miei genitori con il quale parlo in triestino al telefono. È la lingua madre, mi piace, e mi piacerebbe sdoganarla e portarla oltre Latisana, anche se è un dialetto che non ha una tradizione nazionale, come per esempio il napoletano. Mi piace giocarci: vorrei fare un rap in triestino.
Quando guarda alla sua carriera futura, cosa desidera?
Mi piacerebbe avere un’occasione importante. Nella serie Netflix “Guida astrologica dei cuori infranti” mi sono divertita nel ruolo di una donna dello spettacolo che vuole ancora piacere, che affronta il tempo e non si sente né madre né moglie. Nel cinema mi piacerebbe fare un film d’autore. Ho spesso fatto bei vestiti con poca stoffa, ruoli piccoli che magari ho arricchito. Vorrei avere più stoffa per lavorare.
