Lidia uccisa, i giudici di Milano: «Nigro era lucido ma è giusta la pena di 20 anni di carcere»
PAVIA. Alessio Nigro «stava con Lidia non per sincero innamoramento, bensì per non vivere per strada come un clochard» e quando «questo piano cinico» è crollato l’ha uccisa. Per i giudici della Corte d’Assise di Appello di Milano, che hanno confermato la condanna a 20 anni di carcere, nel delitto di Lidia Peschechera, 49 anni, strangolata dal fidanzato Alessio Nigro, 30 anni, nella sua abitazione al Ticinello, in via Depretis, il 12 febbraio del 2021, la condizione psichiatrica dell’imputato non c’entra.
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Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado i giudici, pur arrivando alla stessa quantificazione della pena, ritenuta «equa», fanno un ragionamento diverso rispetto alla Corte di Assise di Pavia, che aveva dato ragione al consulente della difesa di Nigro e riconosciuto il vizio parziale di mente.
L’avvocato di Nigro, Giovanni Caly, sta preparando il ricorso in Cassazione: «Non condividiamo la conclusione dei giudici di secondo grado». Per la Corte di Assise di appello di Milano presieduta dalla giudice Ivana Caputo «Nigro non ha ucciso per capacità grandemente scemata di intendere e volere ma per i motivi che egli stesso ha lucidamente spiegato».
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Ricorsi respinti
I giudici di Milano hanno respinto, quindi, l’appello della procura, che aveva chiesto un inasprimento della pena, ma anche della difesa, che aveva chiesto una riduzione rispetto ai 20 anni di carcere, e dichiarato inammissibili i ricorsi delle parti civili: per l’ex marito della vittima Dario Brambilla, per la sorella Carmela Peschechera e la madre Adele (rappresentate dalle avvocate Eleonora Malinverni, Lara Rigamonti e Valentina Beccaria, sono quindi confermate le provvisionali sui risarcimenti decise in primo grado (40mila euro per la mamma e l’ex marito della vittima e 30mila euro per la sorella).
I motivi alla base del delitto
La sentenza ripercorre la confessione dell’imputato, che aveva dichiarato di avere ripreso i contatti con la vittima nel settembre del 2020 dopo essere rientrato dall’Inghilterra e di avere accettato di convivere nella casa di via Depretis per «un calcolo cinico», scrivono i giudici, cioè «per non vivere come un clochard».
Dopo un periodo in comunità Nigro era andato ancora da Lidia ma «solo per non tornare a vivere per strada come un barbone». Per i giudici la convivenza non poteva quindi che «essere costellata da continue discussioni. Lei era animata da sincero desiderio di salvezza – scrivono i giudici – ma anche possessiva e soffocante».
Il giorno dell’omicidio era andato al Sert di Treviglio ma aveva bevuto alcol e si era addormentato sul treno, così aveva deciso di tornare a Pavia. Aveva telefonato a Lidia e lei lo aveva rimproverato, ma poi lo aveva richiamato dicendogli di raggiungerla in via Depretis.
In casa era esplosa ancora la discussione. «Lidia lo aveva insultato per la sua vita da debosciato e colpito lanciando oggetti», fino al bagno, dove «tra una spinta e l’altra erano caduti entrambi nella vasca e qui, in un accesso di rabbia incontrollabile, egli aveva cominciato a stringerle il collo serrando le mani attorno fino a soffocarla», si legge nella sentenza.
Nigro, per sua stessa ammissione, era rimasto in casa per quattro giorni «uscendo per ubriacarsi e acquistare cibi per poi lasciare definitivamente l’appartamento di via Depretis».
L’intercettazione in carcere
I motivi “lucidi” confessati da Nigro secondo i giudici hanno trovato riscontro anche nell’intercettazione ambientale tra l’imputato e la madre in carcere. Nel colloquio Nigro «dice apertamente infatti di aver accettato di convivere con Lidia per convenienza e racconta che quel giorno la sua intenzione era di non tornare a casa», si legge nella sentenza.
«Con lei poi c’è stata una litigata al telefono – dice Nigro alla madre – perché ha scoperto che andavo su dei siti porno, ha tirato su un polverone, ogni pretesto era buono per farlo, io ero già bevuto in più ero preso dalla situazione che avevo saltato l’appuntamento al Sert, che era il mio compleanno e nessuno mi ha fatto gli auguri, in più mi sento additare e non ci ho visto più».
- La vicenda
Il 14 luglio del 2022 Alessio Nigro, 30enne di Sant’Angelo Lodigiano accusato di avere strangolato la 49enne fidanzata Lidia Peschechera, la sera del 12 febbraio del 2021, viene condannato dalla Corte di Assise di Pavia a 20 anni di carcere. I giudici gli riconoscono il vizio parziale di mente. Nigro, reo confesso, è accusato di avere strangolato la sua fidanzata nell’appartamento di lei, in via Depretis al Ticinello, il 12 febbraio del 2021, e di essere poi rimasto con il cadavere in casa per quattro giorni, prima di essere scoperto in un albergo a Milano. Il delitto, secondo quanto ricostruito attraverso le stesse dichiarazioni di Nigro, era avvenuto al culmine di un litigio. Lidia, conosciuta a Pavia per il suo impegno nelle associazioni animaliste e femministe, voleva rompere la relazione con lui, che non voleva farsi curare per il suo alcolismo cronico. Il giorno dell’omicidio Nigro doveva andare al Sert di Treviglio ma sul treno aveva bevuto e si era addormentato. Per tutto il processo di primo grado (ma anche in occasione dell’udienza del processo di appello) le amiche di Lidia hanno svolto presidi davanti al tribunale, senza perdere una sola udienza, in cui hanno chiesto giustizia per la vittima indossando magliette con sopra impresso il volto di Lidia. Le amiche hanno accolto con amarezza sia il verdetto di primo grado, che aveva riconosciuto il vizio parziale di mente, sia la seconda sentenza, che ha mantenuto inalterata la pena.
