Il Veneto taglia nella salute mentale. Poche risorse, mancano medici e posti letto
Il tema della tutela della salute mentale ha iniziato a essere prepotentemente al centro del dibattito durante la pandemia. Quando le chiusure, l’isolamento, la paura, la crisi che ne è conseguita hanno alimentato angosce e inquietudini.
Si è iniziato a parlare di salute mentale, perché sempre di più erano le persone che presentavano disturbi bisognosi di cura. E a soffrire erano, e sono, soprattutto i più giovani, tra i quali i disturbi mentali sono aumentati del 3%. Disturbi la cui insorgenza è spesso accompagnata da dipendenze o abusi di alcol o droghe.
C’è la pandemia; c’è un “prima” e c’è un “dopo”. Ci si sarebbero attesi gli investimenti. Che non ci sono stati. E, anzi, il tema della salute mentale ha continuato a essere relegato ai margini, con un disinvestimento che ha interessato strutture, personale, servizi, posti letto.
Non è soltanto una tesi, lo dice la ricerca condotta dall’associazione Ires, guidata da Barbara Bonvento, su commissione della Cgil veneta. Studio che, numeri alla mano, spiega l’inadeguatezza del servizio pubblico rispetto all’enorme necessità di aiuto, nel campo della salute mentale.
«Tra il 2013 e il 2019 i posti letto ospedalieri nei reparti di Psichiatria sono diminuiti di 51 unità, mentre sono aumentati quelli all’interno delle strutture private. I posti letto nelle strutture residenziali sono inferiori alla media nazionale. Così come è inferiore il numero di medici: 5.9 ogni 100 mila abitanti in Veneto, 9 ogni 100 mila abitanti nel resto d’Italia. Tra le regioni italiane, la nostra è tra quelle che investono meno nella salute mentale: 42.9 euro pro capite, contro una media di 56.7 euro. E una spesa che si attesta al 2.2% del fondo sanitario nazionale, contro la media italiana del 3%. Ma, soprattutto, contro il 5%, indicato come limite minimo per garantire una risposta dignitosa. I centri di salute mentale aperti 6 giorni su 7, come dovrebbero, sono meno di uno su quattro; quelli che rispettano il monte orario, meno di uno su cinque». È la sintesi impietosa di Barbara Bonvento di Ires.
Sintesi che scorge soltanto una soluzione: finanziamenti, risorse, investimenti, attenzione economica. Anche per rendere omogenea la situazione in una regione, dove, al contrario, le differenze tra Usl sono spesso sostanziali: si pensi alla disponibilità di posti letto residenziali nel Bellunese, che è superiore di oltre tre volte quella nel territorio dell’Usl 7 Pedemontana.
I tavoli con la Regione ci sono stati, ma le risposte sono state valutate insufficienti. Così come si guarda con ben poca fiducia al Pnrr, che non prevede alcuna voce specifica dedicata alla tutela della salute mentale. «La situazione è drammatica, frutto del comportamento della Regione, che ha sempre trascurato molto il settore della salute mentale» sostiene Sonia Todesco, segretaria regionale di Cgil Fp, «Ormai i servizi psichiatrici sono quasi completamente appannaggio del privato. Perché mancano medici, psichiatri, psicologi, posti letto. Chi ha bisogno, e ha disponibilità economica, si rivolge al privato. Ma chi non ha disponibilità economica viene abbandonato a se stesso. Ed è una situazione drammatica, soprattutto per una regione nella quale, si stima, le famiglie interessate da questo tema sono almeno una su quattro».
La pandemia, si diceva, ha inciso tantissimo, andando a colpire soprattutto la fascia più fragile della popolazione. Si pensi che il numero di ragazzi tra i 14 e i 24 che hanno presentato disturbi psichici per la prima volta è salito dai 2.173 del 2019 ai 3.413 del 2021. In alcuni casi, l’esito è stato drammatico. E, dati Istat, tra le persone tra i 15 e i 29 anni, il suicidio rappresenta la seconda causa di morte.
