Venezia, a 98 anni l’ex prigioniero “schiavo di Hitler” chiede i danni a Germania e Italia
Non è uomo da piangersi addosso, il signor Giovanni Zago, classe 1924. Dai ricordi di quel che ha dovuto sopportare nei due anni ai lavori forzati nei campi di prigionia nazisti, traspare nonostante tutto – racconta il figlio Michele – quella vena d’ironia e l’ottimismo nei confronti del futuro che sono la cifra del suo carattere.
In quegli “Stammlager” ha rischiato di morire di fatica, di fame e per le gravi ferite riportate in un bombardamento: ma non ha chiesto pensioni di guerra, né medaglie.
Fino ad ora: a 98 anni ha citato per danni la Repubblica federale di Germania e il ministero dell’Economia italiano, per chiedere un risarcimento per i crimini di guerra e contro l’umanità che ha dovuto patire.
Nel luglio del 1943, Giovanni Zago aveva appena compiuto 19 anni ed era archivista alle Assicurazioni Generali di Venezia. Con la caduta di Benito Mussolini – in cuor suo – sperava di essere riuscito a sfuggire agli orrori della guerra.
Invece per lui era stato l’inizio di un’esperienza sconvolgente: il 10 agosto, la cartolina di precetto, con l’ordine di presentarsi a Trieste. L’8 settembre, l’armistizio proclamato dal generale Badoglio. Ma già il giorno dopo, Giovanni Zago venne arrestato dai nazisti, insieme ai 3 mila militari italiani di stanza nella caserma Monte Cimone.
Subito il trasferimento a Lubiana, poi tre giorni in vagone bestiame fino a Stettino, in Polonia. Seguirono 700 infiniti giorni di lavori forzati. “Schiavi di Hitler”, li chiamavano: prima a raccogliere barbabietole e patate e poi – esperto meccanico qual era – a lavorare 12 ore al giorno nelle officine, a riparare le locomotive del Führer danneggiate nel conflitto.
Costretto più volte a spostarsi a piedi da un campo all’altro, sempre più a nord, man mano che gli alleati avanzavano, fino a Dormund, sottocampo di Buchenwald. Un tozzo di pane e brodo di rape e patate per cibo una volta al dì, in baracche sovraffollate, tra i pidocchi.
Lui, come gli altri 650 mila militari italiani internati dal III Reich, perché non avevano accettato di indossare la divisa nazista dopo l’Armistizio, né quella della Repubblica di Salò: negli “Stammlager” ne sono morti oltre 50 mila. Uno dei volti dell’orrore nazista, che scientemente deciso di sterminare milioni di ebrei, perseguitato a morte omosessuali, rom, oppositori, per poi travolgere anche i militari italiani non passati al fronte tedesco.
«Era un giovane alto un metro e 85 e pesava 80 chili quando venne fatto prigioniero», racconta il figlio Michele, «ma quando gli alleati hanno liberato il campo nell’aprile 1945, pesava meno di 40 chili: hanno dovuto tenerlo lì per cinque mesi per rimetterlo in forze».
La storia del signor Giovanni riemerge con la firma al mandato agli avvocati Marco Seppi e Matteo Miatto, che da tempo danno voce agli Imi, i militari italiani internati nei campi nazisti. Un emendamento del decreto Milleproroghe ha, infatti, riaperto una “finestra” per poter avanzare richiesta di risarcimento, quali vittime di crimini di guerra e contro l’umanità.
E questa volta il signor Giovanni – lucido ospite di una residenza per anziani in provincia di Trento dove da un anno il figlio e la moglie hanno deciso di trasferirsi: «Per stare vicino a nostro figlio che lavora qui, ma anche per fuggire a Venezia… una città che non riconosciamo più, soffocata da turisti e rumori», racconta Michele Zago – ha deciso di rivendicare la suo “No”.
«Fino a una decina di anni fa non ha voluto raccontarmi niente di quegli anni in campo, voleva seppellirli nella memoria. Poi, pian piano sono emersi i ricordi, filtrati anche da una certa ironia che fa parte del suo carattere, anche se il ricordo più forte è quello dell’abbraccio al rientro a Venezia con il padre Guido, che aveva 43 anni: i capelli gli erano diventati d’improvviso bianchi per la sofferenza per quel figlio prigioniero, del quale per due anni non aveva avuto notizie», racconta ancora Michele Zago.
Poi la vita è ripresa: «Ha conosciuto mia madre Silvana, ha mantenuto a lungo con il suo solo stipendio una famiglia di 7 persone, senza mai lamentarsi. Non ha mai voluto chiedere la pensione di guerra e a lungo è stato anche contrario ad accettare l’onorificenza che lo Stato, nel 1997, ha finalmente attribuito a tutti coloro che hanno dimostrato il loro valore e la loro dignità di uomini, rifiutando di aderire al fascismo repubblichino e al nazismo.
Solo nel 2012 mi ha lasciato libero di poterlo iscrivere all’elenco dei meritevoli di medaglia d’onore della Repubblica Italiana. A 98 anni, mio padre dimostra ancora lucidità e una gran voglia di vivere».
