Operata dal chirurgo sotto accusa, poi è morta. Il figlio: «Nessun rancore ma giusto far chiarezza»
«Mia madre è morta per le tante complicazioni seguite all’intervento, ma non nutriamo rancore nei confronti del medico che l’ha operata. Se però l’eventuale processo servirà a fare chiarezza, allora ben venga». Roberto Pedemonte, di Voghera, è uno dei figli di Renza Maria Panigazza, morta all’età di 76 anni, nel 2019. La vicenda della donna è uno dei cinque casi che hanno spinto la procura di Cremona a chiedere il rinvio a giudizio per il chirurgo di Pavia Mario Martinotti, 64 anni. Il medico, che ha lavorato negli ospedali di Voghera e Varzi e negli ultimi anni, prima della pensione, all’ospedale di Cremona, è accusato di omicidio colposo per la morte di quattro pazienti, tra cui la donna di Voghera, e di lesioni gravi per un’altra pensionata vogherese, che sarebbe stata sottoposta a un intervento inutile all’intestino, considerate le condizioni della paziente. Il medico è accusato anche di truffa ai danni dell’Asst di Cremona per il centro medico polispecialistico Clastidium gestito dalla moglie, la dentista Floriana Maggi, in cui il chirurgo avrebbe lavorato nonostante il vincolo dell’esclusiva con l’ospedale di Cremona.
L’operazione alla colecisti
Il caso di Renza Maria Panigazza, dunque, è contenuto nelle carte dell’accusa come uno dei cinque più gravi. «In realtà non sapevamo dell’indagine», spiega il figlio. L’inchiesta, in effetti, non nasce da denunce di familiari dei pazienti ma da una segnalazione interna all’ospedale, che ha spinto a verificare le modalità di alcuni interventi eseguiti dal chirurgo. L’indagine, quindi, è stata condotta tutta attraverso i documenti e le cartelle cliniche, oltre che attraverso alcune testimonianze. E tra le cartelle esaminate c’è anche quella di Renza Maria Panigazza. La donna, come si legge nelle carte della procura di Cremona, il 3 dicembre del 2018 fu sottoposta a un intervento chirurgico per asportare una ciste al pancreas. Una formazione benigna, ma che da qualche tempo stava dando molto fastidio alla donna. Secondo gli accertamenti della procura, l’intervento «era gravato da significativa morbilità e mortalità», cioè era troppo rischioso e sarebbe stato quindi necessario valutare la necessità di farlo. Ma l’accusa non si limita a questo. In seguito all’operazione, infatti, si verificò una ischemia della parte sinistra del fegato, che, secondo la procura, andava rimossa con un’altra operazione. Il mancato intervento, per l’accusa, avrebbe scatenato invece una serie di eventi, compreso «un grave stato settico», che ha portato al decesso.
La famiglia
«Posso dire che il chirurgo ci aveva messo in guardia sulla difficoltà dell’operazione, ma mia mamma aveva molti fastidi, e quindi dopo tanti tentennamenti si decise di farla operare anche se la cisti era benigna – spiega il figlio –. Dall’ospedale di Cremona è uscita dopo due mesi, ma per un problema alla gamba è stata portata a Varzi, per una sorta di lungodegenza. Infine trasferita a Pavia, dove è morta. Ci sono state troppe complicazioni. Non sapevo della necrosi al fegato, ma non so nemmeno se si poteva fare di più per salvarla. Ora valuteremo come muoverci». —
