Covid, la nuova terapia: «Pronti a curare anche i reggiani con gli anticorpi monoclonali»
REGGIO EMILIA. Entro una settimana al massimo anche i reggiani infettati dal Covid potranno usufruire delle terapie con anticorpi monoclonali. Ma non tutti e solo a certe condizioni, spiega Marco Massari, direttore del reparto di Malattie infettive del Santa Maria Nuova.
Ultimamente è tornata alla ribalta la questione degli anticorpi monoclonali come terapia per combattere il Covid. Ma di cosa si tratta esattamente? Cosa sono e come vengono prodotti?
«Sono tornati alla ribalta per il fatto che i farmaci, dei quali si parla da parecchi mesi, sono diventati disponibili solo in questi giorni. Nel nostro caso gli anticorpi monoclonali sono delle proteine prodotte in laboratorio che sono in qualche modo “copiate” dagli anticorpi che vengono prodotti dal nostro organismo quando ci si infetta con il virus Sars-Cov-2. Quando una persona si infetta il sistema immunitario utilizza tra le sue armi di difesa anche gli anticorpi, producendone diversi tipi contro vari bersagli del virus: si tratta appunto di una risposta policlonale. In laboratorio, partendo dallo studio del plasma delle persone guarite, si cerca di individuare quelli più efficaci e una volta identificati vengono poi prodotti con opportune modifiche in larga scala e tutti uguali, indirizzati contro lo stesso bersaglio. Che in genere è la proteina Spike nel suo sito di attacco al recettore Ace2, porta di ingresso nelle nostre cellule. Per monoclonale si intende appunto un anticorpo prodotto da una stessa cellula, cioè uno stesso clone. Ne sono stati studiati parecchie decine e nella gran parte dei casi sono stati scartati per assenza di efficacia. Attualmente ne abbiamo a disposizione quattro, prodotti da due ditte diverse, che devono essere somministrati in una combinazione di due anticorpi monoclonali: questo per aumentarne l’efficacia, soprattutto verso le varianti virali. Abbiamo quindi disponibili due combinazioni, ciascuna costituita dalla miscela di due anticorpi».
Questa terapia per quali patologie viene già utilizzata e in che modo?
«Questa classe di farmaci esiste da diversi anni ed è in gran parte utilizzata, con ottimi risultati, nelle patologie immunomediate (ad esempio artrite reumatoide o malattie infiammatorie intestinali) e oncoematologiche, dai linfomi ai tumori solidi. In questi casi hanno come bersagli cellule o molecole che producono un eccesso di risposta infiammatoria o le stesse cellule tumorali o molecole che invece possono favorire la risposta immunitaria contro il tumore».
Come si può applicare la terapia monoclonale al Covid?
«In questo anno abbiamo imparato tante cose su questa malattia e come vengono provocati i danni al nostro organismo. Si è visto che mentre nei primi giorni di infezione vi è una intensa replicazione virale i problemi più seri, polmonite e insufficienza respiratoria, insorgono dopo 6-7 giorni dall’esordio dei sintomi e sono causati non direttamente dal virus ma da un eccesso di infiammazione. È proprio per questo che nei pazienti ricoverati in ospedale, in casi selezionati, già utilizziamo un anticorpo monoclonale, il Tocilizumab, che agisce non contro il virus ma per limitare l’infiammazione. Questo meccanismo di malattia spiega perché gli anticorpi monoclonali diretti contro il virus non funzionano nei pazienti con malattia severa ricoverati in ospedale ma hanno mostrato una qualche efficacia se utilizzati nei primissimi giorni di malattia, quando il virus si replica attivamente e le nostre difese non sono ancora operative al 100 per cento, in presenza di sintomi di modesta entità».
E l’efficacia?
«Per efficacia intendiamo il prevenire un peggioramento del quadro clinico che si traduce nell’evitare l’ospedalizzazione, quindi il trattamento è rivolto a pazienti al domicilio e con forme di malattia non severe. Poiché comunque i pazienti Covid che vengono ospedalizzati sono una piccola minoranza (non più del 5-7 per cento), per evitare un utilizzo inutile di farmaci costosi e con potenziali eventi avversi severi, tra cui in rari casi anche lo shock anafilattico, i monoclonali sono riservati alle persone con un aumentato rischio di sviluppare forme gravi quali ad esempio i grandi obesi, le persone dializzate o con insufficienza renale severa, o i diabetici gravi o le persone gravemente immunocompromesse, peraltro tutte categorie di pazienti che nelle prossime settimane saranno vaccinate».
A Reggio si attende una fornitura di 107 dosi di anticorpi. lei dirigerà l’equipe incaricata del trattamento. Come vi state organizzando? Quando e in che modo si inizierà con la somministrazione?
«In questi giorni tutte le aziende sanitarie della regione stanno preparando le modalità di accesso alle terapie con monoclonali. Il farmaco prevede una somministrazione endovenosa della durata di circa un’ora a cui segue un periodo di osservazione di un’ora per la gestione di possibili effetti collaterali. Proprio per questo la terapia verrà effettuata presso idonei spazi ricavati al piano -1 dell’ospedale Santa Maria Nuova, ben separati dagli altri reparti e ambulatori, trattandosi di pazienti Covid positivi. Poiché la massima efficacia si ha nei primi giorni di malattia (la regione ha individuato in cinque giorni la durata massima dei sintomi per accedere alla cura) stiamo approntando un percorso di identificazione dei casi e di invio per la terapia condiviso con i medici di medicina generale, medici di pronto soccorso, Usca, servizio farmaceutico e la mia unità operativa. È uno sforzo importante messo in campo dalle nostre strutture sanitarie, già fortemente impegnate nella campagna di vaccinazione, nella cura di un numero ancora rilevante di pazienti ricoverati e nel tracciamento domiciliare. Credo che nel giro di una settimana, forse anche meno, saremo pronti per offrire ai pazienti Covid anche questa possibilità di trattamento».
