Il fascino della Bella Castellana: quando Gemona aveva la miss
Negli anni Cinquanta, quando in Italia furoreggiavano i concorsi di miss, a Gemona eleggevano la “Bella Castellana”, giusto per far capire in cosa si distinguesse il “Gemonesimo”, un sentimento formatosi nei secoli per tenere unita la comunità attorno al suo borgo fortificato di origine celtica, poi consolidato dai longobardi e dimora dei signori del luogo, a cominciare dai Prampero.
A fine guerra, già nel 1945, il giardino divenne lo scenario di feste indimenticabili per far esplodere la voglia di rinascita (solo in quell’estate se ne tennero 29, vincendo anche l’inclemenza del classico temporale friulano) e la Pro Glemona decise che a questa atmosfera, tra fervore contemporaneo e consapevolezza storica, bisognava dare una regina, premiandone (come si legge in un articolo di Italo Calligaris, corrispondente del Messaggero Veneto) «la grazia, la semplicità, l’eleganza dell’incedere, la spontaneità, il sorriso».
Compito affidato al pubblico, chiamato a giudicare le concorrenti in una cornice medievale tra alabarde e antichi stemmi essendo le ragazze abbinate a quelli delle famiglie dominanti nel Trecento, ovvero Gloppero di Troppenburg, Elti, Caporiacco, Locatelli oltre ai soliti Prampero.
Queste serate, al di là del lato festaiolo e ballerino, volevano così far ricordare com’era Gemona quando godeva dei benefici del “Niederlech”, ovvero la tassa pedaggio imposta fiscalmente a ogni passante. Cosa mai digerita da Venzone e tale privilegio accese, come si sa, una infinita rivalità tra i due centri. Con la “Bella Castellana” si cercava insomma di evocare, a livello di fantasia, tutto ciò e di svegliare il senso di comunità.
La prima fu nel 1952 Marisa Trevisan, 16 anni, «una biondina dai lineamenti delicati e aristocratici», come scrisse il poetico corrispondente. Tra le vincitrici succedutesi fino al ’75 (prima dell’interruzione imposta dal terremoto all’elezione nel parco del castello) appaiono naturalmente molte gemonesi e anche ragazze di Udine, Tricesimo, Pordenone, Ovaro, San Daniele, Lusevera, ma, guarda caso, nessuna di Venzone, che neppure nella disfida della grazia sorprese i rivali.
Questa storia, che parla del concorso e di altro spiegando lo spirito che lega tutti sotto il Chiampon, è narrata nel libro “Il Castello di Gemona e le sue Belle Castellane”, pubblicato da Circolo filatelico numismatico gemonese - Collezionisti di memorie, a cura del suo presidente Luciano Vale, con testi di Carlo Alberto Sindici (tra le cui fonti ci sono stati Mauro Vale e lo straordinario archivio di Cesare Sabidussi). È un esempio di come si può fare cultura popolare entrando nel cuore e nella tradizione di un luogo.
Grazie alla dovizia di immagini e aneddoti, tanti aspetti in qualche modo emergono, comprese le gloriose vicende della Pro Glemona, nata nel 1903, e dei suoi presidenti, da Lodovico Giovio a Giovanni De Carli, che la rilanciò nel ’45 per dare alle serate, proposte sotto il segno del “Tempus est jucundum”, un intento non banale, espressione invece dell'anima dei luoghi. Così si capì, come scrive Sindici, «che senza il suo castello il centro di Gemona non vive, al massimo sopravvive».
Quasi un’epopea avvolge la torre dell'orologio, le antiche carceri e pure l’eterna gru accanto, simbolo dei lunghi lavori di restauro dal ’76. Nel libro sono proposte infine le testimonianze di chi lì visse, come Valter Gori, figlio dei guardiani, o Adriano Copetti, l’ultimo castellano, perché era lui a far suonare il Campanon. Dalle pagine si leva una folata da anni Cinquanta, simile a quelle che animano certi film di Fellini, un brivido nostalgico tra sogno, speranza e vita che si spalanca. Gabriella Bertossi, eletta nel 1964, ricorda per esempio: «Era una bella serata, era sempre bello il castello... Non volevo partecipare al concorso, ma poi mi ha convinto mio fratello dicendomi: “supo, ce ti costial?”».
