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Сентябрь
2017

Guerra linguistica alla Camera. Le donne contro la Boldrini

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Quando si dice la Nemesi: alla Camera dei deputati sta scoppiando la rivolta, con tanto di ricorsi di massa, delle dipendenti donne contro Laura Boldrini. Ossia contro la presidente più fieramente, testardamente e minuziosamente femminista che le italiche istituzioni ricordino.Così femminista da aver ingaggiato una indomita battaglia contro il linguaggio corrente, così rozzo e arrogantemente maschista da ingabbiare anche le donne in definizioni virilizzanti come «sindaco» o «ministro». O anche «bibliotecario» o «funzionario»: da quando ha messo piede a Montecitorio, la presidente Boldrini si è sentita ogni giorno fastidiosamente turbata da quei cartellini plastificati, con tanto di foto, che i dipendenti della Camera dei deputati si devono appuntare sul bavero per poter circolare liberamente nel Palazzo. E in particolare da quelli delle dipendenti femmine, con la qualifica declinata dal maschile. Così, ha deciso di far entrare a viva forza il «linguisticamente corretto» anche lì dentro, e con un ordine di servizio la presidenza della Camera ha deliberato «l'adozione di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere in tutti gli atti e i documenti». La direttiva è stata elaborata con la collaborazione del Comitato pari opportunità, sulla base di oscuri testi densi di richiami alla necessità di introdurre a Montecitorio il «diversity management» nonché il «gender mainstreaming». Nessuno sa cosa siano, ma il risultato è chiaro: entro il 25 settembre, le dipendenti della Camera dovranno ritirare i nuovi badge con la declinazione della loro mansione al femminile. In pratica il consigliere donna diventerà «consigliera», il bibliotecario sarà «bibliotecaria», l'addetto stampa si tramuterà in «addetta».Ma il casus belli, che ha smosso le acque sindacali di Montecitorio e alimentato quella che, progressivamente, è diventata una ribellione di massa al codice linguistico boldriniano, è scoppiato sui «segretari parlamentari»: le donne che ricoprono quella mansione si sono rifiutate di essere bollate come «segretaria», spiegando di vederlo come un grave passo indietro verso definizioni giudicate discriminatorie: «Non appare superfluo ricordare - si legge in una lettera inviata alla presidente della Camera quando la delibera era ancora in fieri - che la denominazione al maschile del termine segretario scaturisce da rivendicazioni sindacali volte a superare una concezione riduttiva di una professionalità che, fino ad allora, veniva associata alla funzione di persona tuttofare».I sindacati interni si sono opposti alle nuove direttive grammaticali: «Il rispetto della parità di genere non può comportare l'imposizione della declinazione al femminile della professionalità, in presenza di una diversa volontà della lavoratrice». E in questi giorni, dopo un'assemblea congiunta di tutte le varie sigle interne, hanno preannunciato l'impugnazione della circolare Boldrini sui cartellini femministi, decidendo di «offrire assistenza legale alle dipendenti in relazione alla questione del cambio del cartellino secondo le declinazioni al femminile». Così, è stato annunciato un «ricorso collettivo gratuito» contro la delibera, con richiesta alla Commissione giurisdizionale di sospendere prima di lunedì (data dalla quale gli attuali cartellini in uso non saranno più validi per entrare a Montecitorio) l'esecutività della decisione della Presidenza. Il ricorso, spiegano i sindacati, «è aperto alla sottoscrizione delle dipendenti, sia quelle che non hanno ancora ritirato il nuovo badge che quelle che hanno già provveduto a sostituirlo ma non condividono la circolare Boldrini». L'assistenza legale e il ricorso sono necessari perché c'è un rischio di sanzioni amministrative per chi non ritirerà il nuovo badge e si troverà con quello vecchio ormai disattivato. La guerra linguistica è dichiarata.





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