La morte di Giacomo Bongiorno e i padri che non sappiamo più riconoscere
Leggendo dell’omicidio di Giacomo Bongiorni, l’uomo aggredito a morte da un gruppo di ragazzi in piazza a Massa dopo un rimprovero, ho fatto una riflessione sul dibattito che sempre più spesso intellettuali e psicoterapeuti stanno portando all’attenzione dei media, sull’assenza dei padri nella nostra società e sul concetto stesso di patriarca (e patriarcato) messo in discussione.
Premessa. La tradizione patriarcale si reggeva su tre pilastri: il padre come garante dell’ordine, un potere esercitato dall’alto verso il basso e l’idea che l’autorità fosse naturalmente maschile. Anche se oggi queste strutture familiari e sociali si sono indebolite, i loro effetti non sono scomparsi. Si sono semplicemente spostati. Quando la figura paterna reale viene meno perché assente, fragile o delegittimata, la società continua comunque a cercare un riferimento che svolga quella funzione, qualcuno che offra protezione, orientamento, un senso di identità collettiva: un padre simbolico. È un bisogno che nasce prima di tutto nella cultura. E proprio per questo tende a riemergere sotto forme nuove, spesso impreviste, ogni volta che le regole e i riferimenti condivisi si indeboliscono.
Ma se il bisogno di una figura che dia ordine e protezione è così diffuso, perché alcuni ragazzi reagiscono con violenza quando incontrano qualcuno che prova a esercitare quella funzione? Forse perché non è l’assenza del padre biologico, da sola, a generare il bisogno di un padre simbolico. Conta piuttosto come quel vuoto viene riempito. E troppo spesso, oggi, viene occupato da forme distorte di autorità, potere e appartenenza. Durante l’adolescenza, il branco si muove con regole e dinamiche proprie, come una società autonoma. Ogni limite imposto da un adulto viene vissuto come un affronto, un’offesa all’orgoglio. Dentro questa logica, il “padre simbolico” che cercano non è l’adulto che li richiama all’ordine. È piuttosto chi li fa sentire forti, protetti dal branco, invincibili. Una versione distorta della figura paterna: non chi educa, ma chi conferma la loro onnipotenza. Non un padre vero, ma una caricatura del padre.
Il rimprovero di Giacomo Bongiorni è stato vissuto dal branco come un attacco al loro vulnerabile “ordine interno”. Il suo “state attenti, potreste farvi male” non è stato percepito come una premura, ma come l’intervento di un gendarme che li richiamava all’ordine, che tracciava un limite, che pretendeva responsabilità. E per ragazzi cresciuti in un contesto dove l’autorità non c’è o non è mai stata riconosciuta, quel limite non è una protezione, è una minaccia, un’umiliazione. Allora la violenza diventa l’unico modo per ristabilire il loro ordine, l’ordine del branco, cancellare la vergogna e il senso di svalutazione per dimostrare che nessuno ha il diritto di “fare il padre” con loro. È un paradosso crudele: respingono fino a distruggerla, proprio la figura di cui avrebbero più bisogno.
L’assenza del padre non genera automaticamente il desiderio di un padre: spesso lascia solo disorientamento che può trasformarsi in aggressività. Molti di questi ragazzi non hanno mai incontrato un limite che non fosse punitivo, né un adulto capace di affrontare la loro rabbia con quella forma di autorevolezza che nasce dall’amore, invece che dall’autorità o dalla violenza. Così, quando qualcuno fa ciò che un padre dovrebbe fare – fermarli, proteggerli, richiamarli – non lo riconoscono come un gesto di cura, ma come un attacco.
Intanto la società continua a cercare un padre simbolico, una figura che dia ordine e protezione. Ma molti adolescenti crescono in un mondo dove gli adulti appaiono delegittimati, stanchi, soli. Da una parte c’è un bisogno profondo di direzione, dall’altra una generazione che non riconosce più l’autorità e allo stesso tempo ne avrebbe un bisogno quasi fisico.
Quell’uomo è stato ucciso perché rappresentava proprio ciò che quei ragazzi non sanno tollerare: un adulto che indica un limite senza umiliare, che protegge senza dominare. Una figura così, per loro, è un corpo estraneo. Questa tragedia rivela un vuoto che deve far riflettere. Non viviamo in una società senza padri: viviamo in una società in cui gli adulti non sono più riconosciuti come adulti. E quando un adulto prova a esserlo davvero, non diventa un riferimento, diventa un bersaglio.
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