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L’Ue esulta per la vittoria di Magyar, anche se sull’Ucraina somiglia a Orbán: sì a petrolio e gas russi. Aperture a Kiev? Le paga l’Ue

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“Vorrei dire al popolo ungherese che ce l’avete fatta di nuovo, contro ogni previsione, come nel 1956 (anno della Rivoluzione, ndr), quando vi siete coraggiosamente ribellati, e come nel 1989, quando siete stati i primi a tagliare il filo spinato che divideva il nostro continente”. Ursula von der Leyen è euforica dopo l’ufficialità della sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni. Paragona il voto del 12 aprile alla caduta del Muro di Berlino. Forse perché in questi quasi sette anni di mandato ha vissuto la versione più radicale dell’ormai ex premier magiaro: leader sovranista, sempre pronto allo scontro con l’establishment di Bruxelles che diceva di voler rovesciare, fino all’ostruzionismo sulle sanzioni alla Russia e sul sostegno all’Ucraina. “Stasera il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria”. È così: Peter Magyar sarà probabilmente un primo ministro più dialogante rispetto al suo avversario. Ma non sarà passivo, nemmeno sul dossier Ucraina. Perché il vicino è oggetto di dibattito, e anche di scontro, a Budapest e i cittadini pretendono che il nuovo esecutivo metta al primo posto gli interessi nazionali. Tanto che Magyar, sul dossier ucraino, ha preferito non esporsi troppo.

I non detti del vincitore sono più eloquenti delle risposte che ha fornito nella sua prima uscita pubblica dopo i risultati del voto. Innanzitutto ha chiarito l’unico aspetto che aveva già esplicitato anche in campagna elettorale: “Non supportiamo” l’ipotesi di “una corsia preferenziale per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Tutti i Paesi candidati devono affrontare la stessa procedura e ricevere lo stesso trattamento, tutti i capitoli negoziali devono essere discussi”. Più caute, invece, le risposte sulle altre domande sulla gestione dei rapporti tra Ue e Kiev. Come ad esempio quella sul blocco imposto da Orbán al prestito da 90 miliardi all’Ucraina: “L’Ungheria ha ottenuto un opt-out (un’esenzione, ndr). Otto partner dell’Ue lo hanno accettato e dicendo questo penso di aver risposto”, si è limitato a commentare lasciando intendere che, se anche venisse approvato, è da escludere la partecipazione di Budapest al finanziamento.

Un atteggiamento attendista che si spiega tutto con la volontà di Magyar di aprire un tavolo di contrattazione con Bruxelles e di non riallinearsi gratis. In ballo ci sono, prima di tutto, i 18 miliardi di fondi Ue congelati (8,4 miliardi di euro di fondi di coesione e 9,5 miliardi di euro di fondi per il recupero dopo il Covid-19) che il nuovo aspirante premier vuole sbloccare dopo lo stop dell’Unione per le reiterate violazioni dello Stato di diritto. In aggiunta, proprio sugli stanziamenti in vista delle adesioni dei Balcani occidentali e, forse, dell’Ucraina, verranno chieste ulteriori garanzie. “Ho parlato con molti leader europei e con la presidente – ha chiarito Magyar – Continueremo i nostri negoziati”. Non è un caso, forse, che Volodymyr Zelensky non abbia manifestato lo stesso entusiasmo della capa del Berlaymont. “È importante quando prevale un approccio costruttivo – ha detto – L’Ucraina ha sempre cercato relazioni di buon vicinato con tutti in Europa e siamo pronti ad avanzare nella nostra cooperazione con l’Ungheria. L’Europa e ogni nazione europea devono rafforzarsi e milioni di europei cercano cooperazione e stabilità. Siamo pronti per incontri e lavoro congiunto costruttivo a beneficio di entrambe le nazioni, nonché per la pace, la sicurezza e la stabilità in Europa”.

Ci sono diversi elementi che lasciano pensare che un’eventuale svolta pro-Ucraina del nuovo esecutivo ungherese avverrà, eventualmente, in maniera graduale e non sarà a costo zero per l’Europa. Magyar ha chiarito che, a differenza del suo predecessore, per lui esiste un aggressore e un aggredito e che si muoverà affinché si arrivi il prima possibile a un cessate il fuoco. Detto questo, i punti da chiarire sono diversi. Ciò che verrà prima di tutto sono gli interessi nazionali e per questo non cambierà posizione sul sostegno militare a Kiev né interromperà i rapporti con la Russia. Lo ha fatto capire anche in queste ore, quando gli è stato chiesto cosa farebbe se venisse chiamato da Putin: “Gli risponderei“, ha detto. Anche perché la dipendenza ungherese dalle fonti energetiche russe non sparisce con Orbán e sarà una questione che il nuovo capo del governo dovrà gestire con molta attenzione, chiedendo anche, è inevitabile, altre concessioni a Bruxelles. Lui stesso ha confermato che l’obiettivo è quello di diversificare i canali di approvvigionamento, precisando però che questo è un processo che avrà termine in una decina di anni e che non implica uno stop alle importazioni russe: “Questo non significa che, ponendo fine alla dipendenza da un Paese, si smetta di acquistare da quel Paese. Non sono disposto a sacrificare la sicurezza energetica in nome delle sanzioni”. E anche nella conferenza stampa della vittoria ha ribadito: “Nessuno può cambiare la geografia, la Russia e l’Ungheria sono qui per restare. Il governo si procurerà il greggio e il gas nel modo più economico e sicuro possibile”.

Nei rapporti futuri tra Ungheria e Ucraina c’è poi da affrontare una questione demografica di non poco conto. In parte, Magyar ha già introdotto il tema: “Qualsiasi relazione tra Ucraina e Ungheria deve basarsi su come gli ucraini di etnia ungherese possano costruirsi una vita lì”, ha detto riferendosi alle circa 150mila persone che vivono oltre confine. Ma il problema può e deve essere riletto anche invertendo i ruoli. Secondo i dati Eurostat riferiti a ottobre 2025, l’Ungheria è uno dei Paesi europei che ha accolto il numero più basso di rifugiati ucraini, nonostante condivida col Paese una parte di confine. Sono poco più di 42mila. Questo a causa delle politiche di Orbán, contrario all’accoglienza indiscriminata delle persone che fuggono dal conflitto. Perché queste persone hanno un impatto anche sul morale dell’elettorato e, quindi, sul consenso. Basta guardare alla Polonia che, invece, ha aperto le porte a circa 1 milione di persone. Nei primi mesi di guerra, anche dalla popolazione locale erano arrivati messaggi di apertura e benvenuto per i rifugiati ucraini, preferiti a quelli in arrivo da Medio Oriente e Nord Africa. Ma col passare del tempo l’insofferenza nei loro confronti si è diffusa in maniera esponenziale, riportando in auge le posizioni dell’estrema destra.

A tutti questi motivi se ne aggiunge un altro, forse il più importante, ossia quello economico. Un’accelerazione del processo di adesione dell’Ucraina nell’Unione europea avrebbe grandi ripercussioni anche in tema di redistribuzione dei fondi di coesione Ue. E a pagarne il prezzo più alto sarebbero proprio gli Stati, come l’Ungheria, che sono beneficiari netti, ossia ricevono più soldi di quelli che versano a Bruxelles. Accogliere Kiev nell’Unione significherebbe dover sostenere la sopravvivenza e lo sviluppo di un Paese che esce da anni di conflitto con una potenza militare come la Russia, con infrastrutture da ricostruire e un’economia da rimettere in piedi. In poche parole: la torta andrebbe divisa tra più beneficiari e uno, l’Ucraina, otterrebbe senza dubbio la fetta più grossa, grazie anche ai suoi 40 milioni di abitanti. È a questo che Magyar si riferisce quando parla di “negoziati”: per riportare l’Ungheria su posizioni più vicine a quelle della maggioranza della Plenaria di Bruxelles chiederà garanzie economiche all’Unione europea.

X: @GianniRosini

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