Caso Giacomo Bongiorni: non è con l’inasprimento delle pene che si risolve la violenza giovanile
di Stefano Borioni
In queste ore i social, come spesso accade dopo un crimine violento, sono attraversati da soluzioni estreme, talvolta sommerse di like. Non farò lo psicoterapeuta stupito, sono reazioni comprensibili: rabbia, frustrazione, bisogno di colpevoli certi che paghino. Emozioni che portano ad una domanda semplice: servono pene più dure?
La domanda è legittima, la risposta positiva – apparentemente ovvia – meno.
A volte il mondo è un banco di prova delle nostre intuizioni. Se guardiamo agli omicidi, ad esempio, scopriremo che negli Stati Uniti si uccide molto di più che nel Nord Europa, nonostante un sistema penale decisamente più severo. Questo non significa che la pena non serva ma che, presa da sola, può non bastare.
L’idea del modello punitivo è semplice: più aumenta la minaccia, più diminuisce il reato. Ma questa logica, che può reggere dove il comportamento criminale è pianificato, funziona molto meno quando nasce all’interno di un’escalation emotiva.
Entriamo nella scena. Un gruppo di ragazzi, probabilmente alterati. Noia, frustrazione, bottiglie lanciate come dominanza, come guanto di sfida al mondo. Un adulto che interviene, il rimprovero che riattiva vergogna, esposizione, umiliazione. La tensione sale, il gruppo di pari amplifica. Il corpo entra in uno stato di attivazione massiccia: adrenalina, caos, tempie che pulsano. In quel momento la mente non valuta la pena. La razionalità e l’empatia vanno a farsi benedire, la capacità di leggere l’altro come persona si riduce nettamente. La vergogna non viene pensata, viene agita.
Quando le strutture interne sono fragili, gli stati emotivi possono essere mentalizzati con difficoltà e scaricati nell’azione. E la mente non è isolata, è relazionale. Specie in un gruppo adolescenziale, in condizioni di eccitazione e disinibizione, si può creare un campo in cui l’identità individuale si dissolve e viene sostituita da una regolazione – diciamo più disregolazione – condivisa. Non è il singolo a “decidere” razionalmente di perdere il controllo. Più una dinamica che si costruisce momento per momento, che rende l’atto violento prima possibile, poi legittimo e infine inevitabile.
A qualcuno possono sembrare teorie buoniste? Vogliamo seguire la logica dell’inasprimento? Bene, otterremo un sistema che aumenta la pressione esterna senza intervenire sulle capacità interne. Un sistema che punisce, dopo, ciò che non ha intercettato prima; e che rischia di rinforzare proprio quelle dinamiche di umiliazione e frammentazione che stanno alla base della violenza.
Nei reati violenti impulsivi il punto non è la paura della pena, è l’auto-regolazione che li precede. Il confronto con il nord Europa è utile proprio perché ci mostra un modello non tanto migliore o peggiore, ma che agisce prima: scuole, famiglie, servizi. Interventi educativi strutturati che la letteratura internazionale colloca nell’area del Social-Emotional Learning, insieme alla riduzione delle disuguaglianze e al rafforzamento dei contesti di crescita, più che sul solo inasprimento della pena. Non si tratta unicamente di impedire l’atto, ma di agire sui processi che lo rendono più probabile.
Serve giustizia, senza ambiguità. Ma pensare che basti aumentare la punizione significa non vedere un punto clinico, prima ancora che politico. Certa violenza non si riduce alzando il volume della minaccia repressiva, come il televoto da casa suggerirebbe. Si riduce quando esistono contesti che costruiscono una mente capace di reggere ciò che prova.
Ed è qui che il vero buonismo si rovescia. Perché non è la complessità a essere ingenua, ma il sensazionalismo sterile: quello che trasforma la richiesta di soluzioni in uno sfogatoio. Senza conseguenze, senza lavoro, senza trasformazione.
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