Trump-Leone XIV, dalle critiche su Venezuela e Iran allo scontro con il nunzio apostolico: così è esplosa la crisi tra Washington e la Santa Sede
L’attacco sferrato nelle scorse ore da Donald Trump a Papa Leone XIV è l’apice di un deterioramento dei rapporti tra la Santa Sede e l’amministrazione Usa che affonda le radici nei primi giorni del 2026. Il primo attrito risale al 3 gennaio, quando l’esercito Usa effettua un blitz militare su Caracas, catturando e deportando negli Stati Uniti il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Il giorno successivo, all’Angelus, il pontefice chiede di “garantire la sovranità del Paese” e di “assicurare lo stato di diritto”, sottolineando che “il bene del popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione”. È una critica implicita ma chiara all’operazione americana.
Pochi giorni dopo, il 9 gennaio, nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Leone amplia il ragionamento: “Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”. Il passaggio irrita l’amministrazione Trump, che – secondo fonti diplomatiche – chiede chiarimenti al Vaticano, interpretando quelle parole come una critica diretta alla propria linea internazionale.
Il momento della svolta arriva il 22 gennaio, giorno in cui il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby convoca il nunzio apostolico a Washington, monsignor Christophe Pierre, per chiedere spiegazioni formali sulle posizioni espresse dal Pontefice, un gesto raro che segnala il livello raggiunto dallo scontro. Secondo quanto ricostruito, l’incontro è teso e accompagnato da un irrigidimento dei rapporti tra le due parti, con Washington che contesta apertamente quella che considera un’ingerenza politica della Santa Sede. Anche nelle settimane successive la tensione rimane alta. Leone XIV continua a ribadire una linea moderata ma coerente, insistendo sul fatto che “il mondo non si salva affilando le spade” e denunciando le “strategie armate” sostenute da retoriche ideologiche e religiose.
La frattura diventa evidente con l’escalation in Medio Oriente. Quando le US Joint Forces attaccano l’Iran in coordinamento con l’esercito di Israele, il Papa parla apertamente – “La violenza non è mai la scelta giusta”, afferma – e invita a rifiutare “la tentazione di far male all’altro”. Ma è ad aprile che lo scontro esplode. Il 7, da Castel Gandolfo, Leone XIV condanna la minaccia statunitense di distruggere l’Iran, definendola “veramente inaccettabile”, e nei giorni successivi denuncia la logica del conflitto e arrivando a parole che irritano profondamente Washington: Dio, afferma il pontefice, “non ascolta le preghiere dei guerrafondai”.
A rendere il quadro ancora più delicato è stata anche la circolazione, negli ambienti politici e mediatici Usa, di un riferimento ad Avignone, che sarebbe stato pronunciato da un alto funzionario dell’amministrazione Trump (probabilmente da un membro dello staff di Colby, anche se del fatto non c’è conferma) durante il colloquio con il cardinale Pierre e che è stato interpretato come una sollecitazione alla Chiesa a “schierarsi” con la postura bellicista americana, ricordando che la potenza di Washington è tale da poter “riportare il papa ad Avignone”, cioè ridurlo a una condizione di sottomissione politica simile a quella subita dai pontefici del XIV secolo sotto la corona francese.
La Santa Sede ha smentito che l’incontro al Pentagono con il cardinale Pierre fosse un “ultimatum”, definendo “esagerata” la ricostruzione. La tensione, tuttavia, a quel punto era già altissima. In seguito al colloquio alcuni quotidiani hanno riferito di una “cancellazione” della visita di Leone XIV negli Stati Uniti prevista per il 4 luglio. In realtà il viaggio non era mai stato ufficialmente programmato. In ogni caso, la scelta di Papa Leone XIV – per il momento confermata – di trascorrere quella data a Lampedusa, tra i migranti, invece che negli Stati Uniti per il 250º anniversario dell’indipendenza, appare come un gesto dal forte valore simbolico.
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