Gary Woodland, giocare e vivere con la paura di essere ucciso
Dal nostro inviato ad Augusta (Georgia, Usa)
È il 29 marzo 2026. Gary Woodland mostra felice il trofeo dello Houston Open. È il ritorno alla vittoria, la conquista in extremis di un posto al Masters, l’incasso di un assegno milionario. L’immagine è bella e rassicurante, ma, all’apparenza, non racconta niente di nuovo perché non c’è vittoria senza sorrisi. E se sgorga qualche lacrima, è sicuramente di gioia, di sollievo.
Nel caso di Woodland, però, il sorriso racconta di una paura superata e di una battaglia non ancora conclusa. Un pezzo di storia è noto: il quarantunenne ragazzone del Texas, vincitore dello Us Open nel 2019, è stato pesantemente ferito dalla vita.
Nel 2023, in preda ad alcuni sintomi, come la perdita di appetito, crisi di tipo epilettico e forti sensazioni di paura, decise di sottoporsi a indagini. Il verdetto non lasciava dubbi: tumore al cervello. Era maggio. Con l’aiuto di potenti farmaci, continuò a giocare, superando addirittura il taglio in sei delle sette gare in cui era sceso in campo.
Ma i farmaci avevano effetti collaterali, primo su tutti la perdita di memoria. Non c’era da aspettare oltre. Scrisse una lettera alla moglie e ai suoi figli, per salutarli nel caso non fosse sopravvissuto, e accettò di sottoporsi all’intervento chirurgico. Per fortuna l’operazione ebbe successo e già quattro mesi dopo poté tornare a giocare.
Una battaglia era stata vinta. Ma c’era ancora un nemico da combattere. Un pezzo di tumore è rimasto e si trova vicino all’amigdala, una struttura cerebrale fondamentale per elaborare emozioni, in particolare paura, ansia e rabbia.
Nella vita di tutti i giorni o su un campo da golf, non fa differenza. Woodland deve combattere ogni momento contro un nemico invisibile ma che lui avverte reale più che mai. Soffre di disturbo da stress post-traumatico. La folla gli mette ansia, ha sempre bisogno di sentirsi protetto.
“A Houston – ha raccontato – ho lottato strenuamente nelle ultime 10 buche perché pensavo che la folla volesse uccidermi”. Non è facile vivere così. “Non ho alcun controllo su quando mi colpisce – ha aggiunto -, ed è dura. Può essere un tifoso. Può essere un cameraman che mi passa accanto, qualsiasi spavento alle mie spalle può scatenare tutto questo molto rapidamente”.
Ora è qui ad Augusta, e sa di essere in posto dove la sicurezza è una priorità assoluta. Ma ha avuto bisogno di essere rassicurato e di sapere dove sono, in ogni parte del campo, gli uomini addetti alla sorveglianza. Anche il suo caddy, Brennan Little, deve fare tutto quello che possa servire a tranquillizzarlo.
“Onestamente – ha ammesso Woodland alla CNN -, questa è una battaglia che non posso affrontare da solo. Ci ho provato, ma non ha funzionato. Spero che la vittoria a Houston abbia avuto un impatto maggiore sulla vita di qualcun altro. Spero che qualcuno che sta affrontando delle difficoltà veda questo ragazzo che lotta ogni giorno e continua a vivere i suoi sogni. Ho trasformato una debolezza in un punto di forza”.
Il ritorno alla vittoria e il taglio superato al Masters sono indizi importanti. La speranza è che quel sorriso di Houston non racconti solo di una battaglia vinta, ma sia anche l’annuncio di un’altra vittoria imminente.
Foto del titolo: Gary Woodland in azione al Masters (Foto credit: Augusta National)
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