Sollima torna al Fraschini Concerto folk con “I Solisti”
/ pavia
Torna al Teatro Fraschini con due brani legati a Napoli: Concerto in Do Maggiore di Ciandelli e il suo Fecit Neap. 17. Giovedì 9 aprile, alle 20.30, il violoncellista e concertatore palermitano Giovanni Sollima chiuderà la rassegna musicale “Folk, well done!” dei Solisti di Pavia. Allo spettacolo parteciperà anche il collega concertatore Daniele Giorgi. Sono ancora disponibili biglietti sul sito del teatro e su Vivaticket.
Maestro, partiamo dal primo brano: di cosa si tratta?
«È un concerto per violoncello di Gaetano Ciandelli, o Ciaudelli, un autore ottocentesco oggi poco conosciuto ma all’epoca piuttosto apprezzato, anche allievo di Paganini. Ho trovato il manoscritto nel 2020 al Conservatorio di Milano: è stato come riportare alla luce un monumento sommerso».
Un reperto storico.
«Esatto. Penso che dovremmo guardare di più nelle nostre biblioteche, c’è ancora tanto da scoprire. Ciandelli è uno degli anelli mancanti della storia del violoncello. Se fosse stato di Salisburgo, probabilmente oggi sarebbe molto più noto…»
Che tipo di musica è?
«È un brano elegante e brillante, ma anche molto teatrale. Ci sono recitativi, elementi che vengono dall’opera. E il violoncello diventa quasi una voce: è affascinante vedere come la musica strumentale attinga a quella vocale».
Come si è rapportato al manoscritto dal punto di vista interpretativo?
«Ovviamente il testo va rispettato, ma questa musica prevede anche un intervento del solista. Devo dire che mi sono limitato a fare l’interprete, facendo lettura e rilettura, nel tentativo di restare fedele allo spirito del brano».
Il secondo pezzo invece è una sua composizione, Fecit Neap. 17: ce lo racconta?
«È nato anni fa per un progetto con Antonio Florio (titolare della cattedra di musica da camera al Conservatorio “San Pietro a Majella”, ndr). Si tratta di un viaggio nella Napoli sonora del Settecento, però filtrato dal mio linguaggio: ci sono ritmi che sconfinano anche verso i Balcani, momenti quasi rock».
Perché questo titolo?
«Richiama le etichette dei liutai napoletani, che scrivevano “fecit Neapoli” con l’anno (in questo caso 1700, ndr). Era un modo per segnalare l’autenticità dello strumento. Era però diffusa la pratica della falsificazione: devo dire che quando l’ho scoperto ne sono rimasto affascinato».
Lei torna a Pavia dopo alcuni anni. Che rapporto ha con la città?
«Molto bello. Ho suonato diverse volte qui, anche al Fraschini, e ho tenuto masterclass. È una città sensibile, con un pubblico attento. Per un periodo ho pensato di venirci a vivere.
Come mai?
«Mi colpivano la luce, le dimensioni, la qualità della vita, la vicinanza a Milano. Poi non se n’è fatto nulla, ma è rimasta un’idea nel cuore. E adesso vivo tra Fiesole e Palermo».
Che emozione prova a tornare?
«È sempre un piacere. Tornare a Pavia significa ritrovare un pubblico speciale».
