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Europa voltagabbana: plaude al cessate il fuoco in Iran, ma dopo gli attacchi di Usa e Israele invocava il regime change

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Quando nella nottata tra martedì e mercoledì Donald Trump ha annunciato di aver accettato una tregua di 15 giorni con l’Iran, il mondo intero ha tirato un sospiro di sollievo. In pochi minuti si è passati dalla prospettiva di un’escalation catastrofica, con l’incubo di un conflitto nucleare, alla speranza di un percorso di pace. Anche a Bruxelles e in diverse cancellerie europee devono aver provato lo stesso sollievo. Ma anche imbarazzo. Perché poco dopo gli attacchi indiscriminati di Stati Uniti e Israele all’Iran, negli stessi palazzi si parlava di “opportunità“, si condannava solo la rappresaglia di Teheran contro i Paesi del Golfo o, nel migliore dei casi, si taceva.

Così, fa specie ascoltare oggi le dichiarazioni soddisfatte di diversi leader, Ursula von der Leyen su tutti. La sua posizione, poco più di un mese fa, era talmente radicale da aver costretto il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, e la commissaria per la Transizione Energetica, Teresa Ribera, a prenderne le distanze. Tra le altre cose, aveva definito i raid israeliani e americani contro la Repubblica islamica “una rinnovata speranza per il popolo oppresso dell’Iran”, sostenendo “fermamente il suo diritto a determinare il proprio futuro”. Costa le aveva replicato che “la libertà non si conquista con le bombe. Così oggi le sue parole di soddisfazione appaiono immotivate, dato che il regime degli ayatollah è ancora saldamente al potere, mentre i programmi missilistico e nucleare iraniano vanno avanti come prima: “Accolgo con favore il cessate il fuoco di due settimane concordato ieri sera tra Stati Uniti e Iran – ha scritto su X – Porta una tanto necessaria de-escalation. Ringrazio il Pakistan per la sua mediazione. Ora è cruciale che le negoziazioni per una soluzione duratura a questo conflitto continuino. Continueremo a coordinarci con i nostri partner a questo scopo”.

L’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Kaja Kallas, aveva invece accolto con favore l’uccisione della Guida Suprema, Alì Khamenei: “La morte di Ali Khamenei è un momento decisivo nella storia dell’Iran – aveva scritto su X – Ciò che accadrà in seguito è incerto. Ma ora si apre una strada verso un Iran diverso, un Iran che il suo popolo potrebbe plasmare con maggiore libertà”. Nessuna condanna per una violazione evidente del diritto internazionale, definito proprio da von der Leyen un ostacolo, in alcuni casi, agli interessi europei. Oggi, però, l’ex premier estone parla in altri termini: l’accordo “è un passo indietro dall’orlo del baratro dopo settimane di escalation. Crea un’opportunità quanto mai necessaria per attenuare le minacce, fermare i missili, riavviare la navigazione e creare spazio per la diplomazia in vista di un accordo duraturo”.

Ci sono poi i leader europei. In nove, Emmanuel Macron, Giorgia Meloni, Friederich Merz, Keir Starmer, Mette Frederiksen, Jens Jetten, Pedro Sanchez, von der Leyen, Costa, oltre al primo ministro canadese Mark Carney, hanno firmato una dichiarazione congiunta nella quale dicono di accogliere “con favore il cessate il fuoco di due settimane concordato oggi tra gli Usa e l’Iran. Ringraziamo il Pakistan e tutti i partner coinvolti per aver facilitato questo importante accordo. L’obiettivo deve ora essere quello di negoziare una fine rapida e duratura della guerra nei prossimi giorni. Ciò può essere realizzato solo con mezzi diplomatici”. “Solo con mezzi diplomatici“: non sono le stesse parole usate da alcuni di loro nei giorni successivi ai bombardamenti su Teheran e altre città iraniane. Merz, come se i raid della Repubblica Islamica fossero iniziati senza un motivo, attaccava gli ayatollah intimandoli di mettere fine agli attacchi: la Germania, aveva detto, “richiama con forza l’Iran a cessare immediatamente gli attacchi militari contro Israele e gli altri nostri partner nella regione. Condanna fermamente tali attacchi. L’Iran deve inoltre astenersi da altre attività destabilizzanti nella regione e oltre. La leadership di Teheran deve porre fine alla violenza contro la propria popolazione”. Parole simili erano arrivate da Macron e Starmer, secondo i quali “l’escalation è pericolosa per tutti. Deve cessare. Il regime iraniano deve comprendere che ora non ha altra scelta che impegnarsi in negoziati in buona fede per mettere fine ai suoi programmi nucleari e missilistici, nonché alle sue azioni volte a destabilizzare la regione”.

Insomma, l’Iran bombardato doveva rendersi conto alla svelta della necessità di fare concessioni al suo aggressore per evitare conseguenze ben peggiori che, però, non si sono verificate. Unica eccezione fu la Spagna che criticò duramente l’azione di Usa e Israele arrivando anche a vietare l’uso del proprio spazio aereo per operazioni connesse al conflitto. E anche oggi il governo di Madrid si è distinto dagli altri: “Devono essere chiusi tutti i fronti e tutti i fronti significa anche il Libano – ha dichiarato il ministro degli Esteri Jose Manuel Albares – È inaccettabile che prosegua la guerra di Israele, l’invasione di Israele di un Paese sovrano come il Libano”. Il capo dell’esecutivo, Pedro Sanchez, ha poi aggiunto che la Spagna “non intende applaudire a chi ha innescato l’incendio del mondo solo perché si è presentato con un secchio d’acqua”.

X: @GianniRosini

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