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Disfatta di Trump su Hormuz: lo stretto cruciale per il transito di petrolio e gas diventa a pagamento per la gioia del regime iraniano

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Il reale punto di caduta si conoscerà solo nelle prossime settimane, a valle dei negoziati a Islamabad in partenza venerdì. Di certo c’è che, il giorno dopo l’ennesima clamorosa giravolta di Donald Trump a un’ora e mezza dall’ultimatum oltre il quale aveva promesso di distruggere “un’intera civiltà”, per attraversare lo Stretto di Hormuz serve il permesso dell’Iran. Che, tra i dieci punti della proposta avanzata martedì, ha inserito anche l’introduzione di una tariffa di transito destinata a finanziare la ricostruzione dopo gli attacchi di Usa e Israele. Il risultato di 39 giorni di guerra, dunque, è che il passaggio vitale per i transiti globali di gas e petrolio si trasforma da rotta libera a una sorta di protettorato di Teheran, che potrebbe fruttare alla Repubblica islamica una rendita da decine di miliardi di dollari l’anno sotto forma di pedaggi.

“Qualsiasi nave che tenti di passare senza permesso verrà distrutta“, è l’annuncio inviato dalla marina iraniana alle migliaia di navi al largo dello Stretto, stando a registrazioni riportate da Financial Times e Wall Street Journal. A stabilire le condizioni è il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano. Secondo Hamid Hosseini, portavoce dell’Unione degli esportatori iraniani di petrolio, gas e prodotti petrolchimici, sentito dal Ft, il costo è di 1 dollaro al barile di petrolio – nelle scorse settimane si è parlato di 2 milioni di dollari complessivi per ogni passaggio – da versare in criptovalute al momento del transito.

Se il nuovo status quo venisse confermato a valle delle due settimane di cessate il fuoco, lo snodo largo 34 km da cui in tempo di pace transitavano un quinto del totale mondiale del greggio e del gas naturale liquefatto diventerebbe insomma una miniera d’oro per il regime, sopravvissuto agli attacchi israeliani e statunitensi mettendo in campo una nuova leadership altrettanto integralista e repressiva – a certificazione del fallimento del regime change che il 28 febbraio era il primo obiettivo del tycoon. Per non dire del fatto che il costo del pedaggio verrà con tutta probabilità ribaltato sui consumatori finali. Che faranno anche i conti con le conseguenze di un’offerta stabilmente più bassa a causa dei danni alle infrastrutture produttive.

Hormuz è insomma il simbolo della manifesta sconfitta della strategia statunitense e dei gravi errori di valutazione da parte dell’intelligence che hanno preceduto l’avvio dell’offensiva che ora la Casa Bianca tenta di far passare per un grande successo. Un'”umiliazione strategica”, come l’ha definita l’economista Paul Krugman: Teheran ha dimostrato di avere in mano uno strumento di pressione in grado di mettere in ginocchio l’economia globale per il tramite di una crisi energetica senza precedenti. Un’arma potente in vista di trattative di pace che si preannunciano estremamente complicate, visto che i Pasdaran hanno fatto sapere di “non avere fiducia” negli Stati Uniti con la chiosa che “il dito resta sul grilletto“. Non solo: il nodo del controllo di Hormuz rischia anche di mettere ulteriormente a rischio le relazioni tra Washington e i grandi produttori di petrolio del Golfo, che hanno visto i propri impianti bombardati come rappresaglia per gli attacchi statunitensi e ora non vogliono saperne di vedere l’Iran acquisire il ruolo di sorvegliante dei traffici nel tratto di mare per cui passano le loro esportazioni di idrocarburi.

Nel frattempo la normalizzazione dei transiti resta comunque un miraggio. Come ricostruito da Reuters in base a dati della società di monitoraggio navale Kpler, ieri nello stretto c’erano circa 187 petroliere cariche di 172 milioni di barili di petrolio greggio e prodotti raffinati e nell’intero Golfo sono bloccate oltre 1000 navi. Per smaltirle ci vorrebbero più di due settimane anche in condizioni normali. E la fragilissima tregua dichiarata nella notte è insufficiente per ripristinare la fiducia necessaria a far tornare sui livelli precrisi i prezzi delle assicurazioni sui transiti e dunque i volumi del trasporto via mare. Per Daejin Lee, responsabile globale della ricerca di Fertmax Fzco, specializzata in trasporto e logistica dei fertilizzanti, “molti armatori di alto livello potrebbero aspettare diversi giorni per accertarsi che il cessate il fuoco regga prima di impegnare le proprie navi”, ha aggiunto. La compagnia di navigazione tedesca Hapag-Lloyd ha per esempio già fatto sapere che continuerà ad “astenersi dal transito” perché “la sicurezza dei nostri dipendenti in mare e a terra è la nostra massima priorità”. “Anche ipotizzando un cessate il fuoco duraturo, ci vorranno probabilmente mesi prima che i flussi attraverso lo Stretto tornino ai livelli precedenti, il che contribuirà a mantenere i prezzi dell’energia più alti rispetto ai livelli pre-conflitto”, conferma un’analisi di Moody’s Ratings.

Il Wall Street Journal ha chiesto lumi anche agli assicuratori. Il verdetto di Neil Roberts, responsabile del settore marittimo e aeronautico presso la Lloyd’s Market Association, che rappresenta i sottoscrittori del Lloyd’s, è che sia altamente improbabile che il commercio nel Golfo riprenda ai livelli normali”. Infatti “la regione rimane ad alto rischio, perché nessuna delle tensioni sottostanti è stata risolta”. Quindi i prezzi delle coperture contro i rischi di guerra sono destinati a rimanere a livelli molto superiori a quelli di tempo di pace, nel breve termine. Con quel che ne deriva per le tasche dei consumatori.

L'articolo Disfatta di Trump su Hormuz: lo stretto cruciale per il transito di petrolio e gas diventa a pagamento per la gioia del regime iraniano proviene da Il Fatto Quotidiano.






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