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Come ti difendi? Il nuovo romanzo di Francesco Zani racconta la provincia, l’amore e la solitudine nella Romagna degli anni ’70

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“Ma tu, come ti difendi?”, è il refrain che attraversa tutto il romanzo, una domanda diretta, secca, di quelle che non ti aspetteresti mai di ricevere in fila al bagno del quarto piano della facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma, nel decennio dei tuoi vent’anni. “Le uniche cose da difendere sono la famiglia e la dignità”, ma questa risposta nel romanzo non la troveremo mai. Francesco Zani, classe 1991, all’epoca studente universitario, quel refrain se lo porterà dietro per molto tempo nella vita, tanto da intitolarci il suo secondo romanzo, edito per Mondadori (l’esordio letterario, Parlami, è uscito nel 2023 per Fazi).

C’è qualcosa di profondamente coerente tra la biografia dell’autore e l’ossatura del libro: una tensione costante tra leggerezza apparente e interrogazione esistenziale. Da amica ed ex compagna universitaria di Checco, non sorprende come la sua istrionica estroversione, negli anni, abbia avuto dei profondi exploit di malinconia, un tragicomico istinto a riflettere sul senso della vita. Non sorprende nemmeno che la formazione filosofica sia una matrice evidente: di esistenzialismo, infatti, è intriso tutto il romanzo. Ma di un esistenzialismo tormentato e allo stesso tempo sensuale, che richiama certi immaginari letterari in cui il corpo e il desiderio non sono mai separati dalla riflessione (Tondelli, a cui è dedicato l’esergo).

Il mondo affrescato è un mondo di solitudine e violenza. Negli anni ’70, l’impressione di vivere e poter avere più tempo per stare soli per noi millennials è immaginabile ancora per il rotto della cuffia. Probabilmente le nuove generazioni non sono più abituate a trascorrere del tempo in solitudine, ad isolarsi, a non dare tracce di sé. “Doveva essere presente in questo libro molta più violenza di quella che c’è”, dice Checco alla presentazione romana del romanzo al Monk. La violenza della Romagna anni ’70, pervasa di maschilismo, razzismo, omofobia. Eppure, se violenza e solitudine dominano il romanzo nel linguaggio scarno, diretto, dialettale, è la Romagna stessa, il set, a diventare la vera protagonista delle pagine.

Oltre ai tre personaggi che impariamo a conoscere — Sergio, Armando e Messico — il vero personaggio scavato con maggiore sapienza è la provincia: la terra di appartenenza, le vie imparate a memoria, quelle in cui si può pedalare ad occhi chiusi, e a cui si associano le prime emozioni dell’infanzia e della pubertà. La Romagna di Cesenatico, delle tonnare, del Circolo del tennis, dei lidi che fanno da copertura ad attività illecite e strozzinaggi. Una Romagna in cui essere omosessuali costava la vita, da cui scappare almeno una volta a settimana per andare in città, a Bologna, al Cassero o al Cocoricò, dove però ci si poteva sentire, se possibile, ancora più soli. A Cesenatico, al contrario, i tre personaggi non sono mai davvero soli: vivono immersi in una comunità di pescatori e piccoli negozianti, lontana dagli stereotipi delle grandi città, ma non per questo meno oppressiva. Una comunità bigotta, dove si eredita il mestiere dei padri e dove il talento, quando c’è, resta spesso una possibilità non realizzata.

“Ma cosa deve fare uno di noi per farsi mandare via?”, chiede un giorno Sergio, il figlio di Carlo, il miglior pescatore di tonni di Cesenatico, aspirante miglior pescatore dell’Adriatico, a dire il vero. “Deve smettere di essere uno di noi”, aveva risposto il padre senza guardarlo negli occhi: “Tra poco lo capisci anche te, dobbiamo perdonarci tra noi perché a noi non ci perdona nessuno”. In questo scambio si concentra una delle tensioni centrali del romanzo: l’impossibilità di uscire dal proprio contesto senza tradirlo, e al tempo stesso senza tradire sé stessi. L’arrivo, nel 1999, del decreto ministeriale sulle quote di tonni nell’Adriatico segna simbolicamente e concretamente la fine di un equilibrio: un intervento esterno che modifica radicalmente le regole del gioco, lasciando a Calabria e Sicilia il “monopolio” delle tonnare e snaturando cooperative locali come quella di Cesenatico.

Armando, invece, è il ragazzo che gioca molto bene a tennis, quando “gli si sbloccano le gambe” gioca fluido, sciolto, con la terra rossa come habitat naturale. Tennis e pesca, nel romanzo, diventano due facce della stessa medaglia: entrambe attività in cui il talento esiste ma non garantisce continuità né successo. Si può eccellere o fallire a seconda della giornata, della condizione fisica, del vento o di una semplice variabile incontrollabile. “Quando capisci che non te la devi prendere se va male, diventi un pescatore”. È una forma di accettazione che somiglia a una filosofia di vita più che a una tecnica.

Ed è proprio nello spazio del corpo e dello sguardo che si apre un’altra linea narrativa: quella della scoperta del desiderio. Armando scopre per la prima volta l’eccitazione osservando un tedesco biondo nello spogliatoio dei campi da tennis, un momento che segna una frattura rispetto a ciò che conosceva fino a quel punto. Nessuna ragazza l’aveva mai fatto sentire così vivo, dalla punta dei piedi alla lingua. Ma in questa scoperta non c’è solo la gioia della rivelazione: c’è anche il peso dell’impossibilità di dichiararsi. Armando imparerà a riconoscere chi è come lui, e si innamorerà di Paolo: un amore complesso, nascosto, destinato a durare nel tempo ma anche a confrontarsi con la sconfitta, come molte delle traiettorie dei personaggi.

Gli orgasmi, l’eccitazione, i baci, le frustate sulla lingua e le erezioni solitarie vengono raccontati con una violenza espressiva che appartiene a chi ha vissuto l’inadeguatezza nell’adolescenza. È una scrittura che non edulcora, ma che al contrario restituisce la fisicità delle emozioni nella loro forma più diretta.

Sergio, Armando e Messico rappresentano tre possibili risposte — o forse tre tentativi — alla stessa domanda. Sergio non voleva diventare pescatore come il padre e lasciare la scuola a 14 anni. Armando aspirava agli Internazionali di tennis e finisce per diventare maestro, ben pagato ma distante dalla passione originaria, fino a non voler neanche guardare una partita di Federer. Messico, il più eccentrico, è quello che si definisce pazzo e che continua a interrogare gli altri: “E tu, come ti difendi?”. Talvolta la domanda si trasforma in una formula ancora più essenziale: “Ti difendi, sì? Perché nella vita ci si deve sempre difendere”.

La difesa, nel romanzo, assume molte forme: la difesa dagli schiaffi dei padri, dal pregiudizio, dalla vergogna, da un amore non corrisposto, dalla violenza fisica e simbolica. È una domanda che attraversa i decenni — dagli anni ’70 ai ’90 — e che costruisce un percorso di formazione che non coincide con l’affermazione personale, ma con una presa di coscienza progressiva e spesso dolorosa.

“Al momento riesco soltanto a scrivere storie tristi”, dichiara Checco alla fine della presentazione. Una dichiarazione che suona come una constatazione più che come una scelta stilistica. Il romanzo, in effetti, è distruttivo, ma nel senso più profondo del termine: distrugge un mondo per ricostruirlo sulla pagina, con grande precisione e una sorprendente capacità di renderlo vivo, credibile, vicino.

Talvolta le immagini sono talmente nitide e il linguaggio talmente familiare, seppur attraversato da dialettalismi, da richiamare certe strutture della memoria collettiva, fatte di ripetizioni e modi di dire. “Il baco del calo del malo, il beco del chelo del melo, il bico del chilo del milo”, scriveva Natalia Ginzburg in Lessico Famigliare. E tu, come ti difendi? È in queste formule, apparentemente leggere, che si sedimenta una lingua condivisa, con incursioni di dialetto romagnolo, quasi domestica, che accompagna i personaggi nella loro quotidianità.

E in fondo, ancora una volta, la domanda torna a risuonare. “E tu, come ti difendi?”. Messico la ripete nei campi, sudato, vestito in total jeans, o in mare aperto mentre osserva e interroga. I personaggi sono sconfitti, ma nel non farcela hanno comunque messo tutto quello che avevano sul piatto. E non sempre vincere è l’unico modo per difendersi.

L'articolo Come ti difendi? Il nuovo romanzo di Francesco Zani racconta la provincia, l’amore e la solitudine nella Romagna degli anni ’70 proviene da Il Fatto Quotidiano.






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