Morto Mircea Lucescu, il maestro che ha vissuto per il calcio fino all’ultimo giorno: aveva 80 anni
Sei lingue straniere apprese nel corso della sua vita, spronava i calciatori ad andare a teatro e leggere libri. Mircea Lucescu è stato molto più di un allenatore. Morto a 80 anni per un doppio infarto che lo ha colpito venerdì proprio quando stava per essere dimesso dall’Ospedale Universitario di Bucarest, è stato un maestro per chi lo ha incontrato nel corso della sua carriera calcistica. Lo è stato fino alla fine, quando due settimane fa ha fatto di tutto per portare per l’ultima volta la sua Romania ai Mondiali, salvo poi cedere alla Turchia. “Non posso andarmene da codardo. Dobbiamo credere nella qualificazione ai Mondiali. Non sono nella mia forma migliore, ma sono in debito con tutto quello che il calcio romeno mi ha dato”. Poi la sconfitta e successivamente il malore durante la riunione tecnica prima dell’amichevole prevista qualche giorno dopo.
La malattia gli aveva impedito di preparare al meglio la sfida playoff, ma “quando i medici mi hanno detto che potevo continuare ad allenare, mi sono concentrato su ciò che dovevo fare per la Romania”. Non è riuscito nel suo ultimo desiderio, ma il ricordo che Lucescu ha lasciato al calcio italiano è di una persona sincera, vera, che ha vissuto per il calcio e lo ha fatto fino agli ultimi giorni della sua vita. Ed è stato anche un allenatore vincente: in carriera ha conquistato 8 titoli da calciatore e 37 da allenatore (di cui 3 internazionali). È al terzo posto nella lista dei tecnici più titolati della storia del calcio dopo Josep Guardiola (41) e Alex Ferguson (49).
La sua carriera, iniziata in patria e poi proseguita in tutta Europa, è da invidia. Dopo gli inizi con la Dinamo Bucarest e la nazionale rumena, è in Italia, all’inizio degli anni ’90, che affronta una delle sfide più complesse della sua carriera: misurarsi con uno dei campionati più tattici e competitivi del mondo. Lui, che è stato un allenatore sempre con idee tattiche ben precise. L’esperienza italiana comincia con il Pisa nella stagione 1990/1991. Arrivato in Serie A, Lucescu prova a imporre le sue idee di gioco, ma si scontra con una realtà difficile e retrocede in Serie B. Il vero capitolo italiano della sua carriera si apre però con il Brescia, dove resta dal 1991 al 1996. Qui riesce a esprimersi con maggiore continuità. Il momento simbolo è la gestione di Roberto Baggio, attorno al quale il tecnico rumeno disegna un calcio che risulta una “novità” rispetto agli standard dell’epoca. I risultati sono altalenanti, tra promozioni e retrocessioni, ma il Brescia di Lucescu ha lasciato un ricordo positivo per qualità di gioco e identità. A coronamento di quel ciclo arriva anche la vittoria della Coppa Anglo-Italiana nel 1994, uno dei pochi trofei internazionali del club. Dopo Brescia, l’esperienza alla Reggiana nel 1996 si rivela breve e poco fortunata. L’ultima tappa in Italia è anche la più prestigiosa: l’Inter, nella stagione 1998/1999. Anche qui però non va benissimo: esonerato prima della fine dell’anno.
Dopo l’Italia, la carriera di Lucescu si sposta in Turchia. Con il Galatasaray e il Beşiktaş vince diversi titoli nazionali, mentre in Ucraina costruisce il suo capolavoro con lo Shakhtar Donetsk, vincendo numerosi campionati e una Coppa UEFA nel 2009. Poi lo Zenit, la nazionale turca, la Dinamo Kiev fino all’ultima esperienza: quella sulla panchina della Romania, dove era tornato dopo quasi 40 anni.
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