A cinquant’anni di carriera, tra teatro e cinema, Silvio Orlando torna a riflettere su tempo, limiti e destino. Lo fa in un’intervista al Corriere della Sera, mentre porta in scena “Il berretto a sonagli”, confrontandosi per la prima volta con l’universo di Luigi Pirandello. Ed è proprio parlando della vita che emerge, con naturalezza, il pensiero della fine: “È complicato abituarsi all’idea di non esserci più”.
Un tema che, racconta, si è fatto più vicino negli ultimi anni. Non come ossessione, ma come presenza concreta, legata allo scorrere del tempo e alla scomparsa dei colleghi della sua generazione. “Vedo i colleghi della mia leva che partono per l’altro mondo“, spiega, restituendo l’immagine di una consapevolezza che cresce per accumulo, esperienza dopo esperienza. Ma più della morte in sé, a pesare è ciò che resta. Orlando sposta infatti il discorso sul piano dei legami: “(…) Soprattutto lasciando chi vive in simbiosi con te”. È questa la dimensione più difficile da accettare, quella che rende la fine qualcosa di tangibile e doloroso.
“La mia vita si è incrociata con un essere umano meraviglioso”
Nel frattempo, però, il lavoro continua a occupare il centro della sua esistenza. “Vivo divorato dalla passione per il mio mestiere”, dice, quasi a ridimensionare tutto il resto. Il teatro, in particolare, resta uno spazio in cui misurarsi e trovare un equilibrio, anche grazie alla complessità di un autore come Luigi Pirandello, capace, sottolinea, di tenere insieme livelli diversi di lettura, dal più immediato al più profondo. Al centro della sua vita, spiega, c’è sempre stato un forte bisogno di controllo, sia personale che emotivo. “Nasce dalla paura di perdersi. Poi la mia vita si è incrociata con un essere umano meraviglioso: mia moglie (l’attrice Maria Laura Rondanini, ndr), ha una capacità di controllo che solo una donna possiede. Mi sono ritrovato su un binario che va a una velocità precisa. Era ciò che volevo e di cui avevo bisogno“. Questo equilibrio, tra disciplina e amore, gli ha permesso di vivere la carriera con intensità senza perdere la bussola, e di affrontare anche i pensieri più difficili legati alla fine della vita.
Il confronto con il limite torna anche parlando di “Antartica”, il film in uscita a maggio, dove l’ibernazione diventa una possibile via per sfuggire alla morte. Un’ipotesi che Orlando guarda con distanza: oggi non sceglierebbe di farsi congelare e, anche proiettandosi nel futuro, resta il dubbio. “L’idea di risvegliarmi in un mondo estraneo mi angoscia“, ammette, lasciando emergere una diffidenza verso ogni tentativo di aggirare artificialmente la fine. E sul desiderio di eternità conclude poi: “È un desiderio puerile, ma mi fa andare avanti. Mi piacerebbe una vecchiaia alla Anthony Hopkins: recitare a 85 anni senza dovere dimostrare più niente a nessuno. Colleghi italiani? Non ammetterò mai che un altro sia arrivato dove ambisco arrivare. Forse Benigni: lui rimarrà immortale. Ma se lo chiedete a lui, magari vorrebbe essere Silvio Orlando”.