La Pasqua 2026 sottolinea i caratteri del pontificato di Leone XIV: un incastro fra tradizione e spinta riformatrice
Un anno fa papa Francesco gridava che la Chiesa appariva una tunica lacerata e i discepoli erano divisi, ora Leone regge con mano ferma la croce del Venerdì Santo conducendo il corteo che percorre il Colosseo.
La Via Crucis del 2026, accompagnata da citazioni di san Francesco d’Assisi, mostra un pontefice che ha preso in mano il governo della Chiesa e vuole condurla a passi graduali e sicuri verso una nuova tappa. Non un pontefice che dall’alto, dalla spianata del tempio di Venere e Roma, segue la folla dei fedeli e lo svolgimento del rito, ma un “primo fedele” che tra le fiaccole rette da un giovane e una giovane si fa strada insieme agli altri nel “basso” del percorso.
I riti pasquali di quest’anno evidenziano le caratteristiche del nuovo pontificato, l’attento incastro fra tradizione e spinta riformatrice. Simbolica è la funzione del Giovedì Santo. Gli apostoli a cui il papa lava i piedi, ripetendo il gesto di Cristo, non sono più uomini e donne di diversa provenienza, persino non cattolici, addirittura dodici donne di varia nazionalità e confessione nel carcere di Rebibbia come accadde con Bergoglio nel 2024.
Ora il rito è tornato nella cattedrale di San Giovanni in Laterano e gli “apostoli” sono rappresentati nuovamente da maschi: undici sacerdoti della diocesi di Roma e dal direttore spirituale del seminario maggiore romano. Sono gli stessi giorni in cui Leone XIV scrive ai vescovi francesi per esortarli a trovare soluzioni concrete per “includere generosamente” le persone sinceramente legate alla messa tridentina in latino, tenendo conto degli orientamenti del concilio Vaticano II.
Di colpo i falchi dell’opposizione conservatrice, che aveva scatenato una vera e propria guerra civile nel corso del pontificato bergogliano, si trovano senza munizioni. Eppure – proprio durante messa la cosiddetta messa del crisma del Giovedì Santo in San Pietro – Leone parlando ai sacerdoti esprime i punti più avanzati della riflessione ecclesiale riformatrice. L’imperativo di “non irrigidire la nostra identità, il nostro posto nel mondo”. La consapevolezza che non si può portare il Vangelo ai poveri, “se andiamo a loro con i segni del potere”. La necessità per gli uomini di Chiesa di non dimenticare che “portiamo il peso degli errori e delle colpe di chi ci ha preceduto”.
Prevost è un papa che va letto, non ha l’impulso dell’oratore a braccio, bisogna sempre rintracciare la lucidità dei suoi messaggi all’interno di discorsi complessi. Niente è lasciato al caso. Proprio nel giorno in cui riporta nei binari tradizionali il rito della lavanda dei piedi, Leone tiene ai sacerdoti una predica dove cita esclusivamente quattro personalità: Giovanni Paolo II, il cardinale Carlo Maria Martini (uno dei porporati teologicamente più avanzati del dopo-Concilio), papa Francesco e Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato durante la messa dagli “squadroni della morte” di estrema destra, perché accusato di essere marxista. Correva l’anno 1980, anni roventi della teologia della liberazione.
Soprattutto è voluto – nell’intervento di Leone – il brano in cui papa Francesco sottolinea l’urgenza di non rinchiudersi nei fortini del passato ma di fare i conti con il cambio di epoca. “Nuove culture continuano a generarsi – affermava Francesco – dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù”.
E’ questo il lascito di Bergoglio, che Leone con chiarezza intende portare avanti perché riguarda la collocazione della Chiesa cattolica nel XXI secolo e quindi, come diceva Francesco, è necessario che il patrimonio cristiano arrivi “là dove si formano nuovi racconti e paradigmi”.
La Pasqua dell’anno 2026 ha coinciso con la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Una guerra, fuori dalla legalità internazionale, segno plastico della nuova era di caos e brutalità in cui il mondo è precipitato. Leone nel corso dei riti pasquali è stato netto nell’evocare la barbarie di questa stagione. Ha denunciato chi vuole arruolare Dio dalla sua parte, un Dio che rifiuta le guerre. Ha citato il profeta biblico Isaia che si fa portavoce di Dio: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”.
Ma paradossalmente proprio l’era del caos e della violenza pone la Chiesa cattolica in una collocazione importante: essere voce di umanità, solidarietà, fraternità tra le religioni, cura dell’ambiente come spazio sociale. Una voce di rispetto per le persone e di collaborazione multilaterale tra le nazioni.
E’ questo il compito che Leone si è assunto, impegnandosi al contempo nel progetto di trasformazione della Chiesa da monarchia assoluta a comunità di partecipazione. E’ il progetto di grande transizione, che Francesco disegnava nel concetto di “sinodalità”.
Leone XIV, finito di condurre la Via Crucis, si trova ora a guidare i fedeli lungo un cammino più grande e periglioso. Per questo la sera del Venerdì Santo, avanzando lentamente all’ombra dei monumenti dell’antica Roma, immerso in una storia secolare, teneva spesso gli occhi socchiusi e le labbra serrate.
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