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Il decreto Sicurezza restringe il diritto di protesta e colpisce gli attivisti climatici: cosa teme la politica?

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di Alessandro Giannì e Alessandro Gariglio, Greenpeace Italia

Il decreto Sicurezza non risponde a un’emergenza: l’obiettivo è gestire il dissenso. Non interviene sulle cause dei conflitti sociali, ma su chi li rende visibili. La domanda, allora, è semplice: di cosa ha paura la politica?

Da anni si sta consolidando una traiettoria che tende a restringere gli spazi della protesta e a ricondurre il conflitto entro categorie penalistiche. Il nuovo decreto si inserisce in questa continuità, ma ne accentua i tratti.

Le principali novità del decreto Sicurezza che incidono sulle forme della protesta e della partecipazione collettiva sono:

– stretta sulle manifestazioni e blocchi: viene confermata la natura di reato per chi impedisce la libera circolazione su strada o ferrovia, con pene aggravate se il fatto è commesso da più persone riunite;

– omesso preavviso: inasprimento delle sanzioni per chi organizza manifestazioni pubbliche senza il regolare preavviso;

– divieto giudiziario di partecipazione: introduzione di una pena accessoria che può vietare la partecipazione a pubbliche riunioni o assembramenti da uno a tre anni;

– occupazione di immobili: introduzione del reato di occupazione arbitraria (art. 634-bis c.p.) con pene fino a 7 anni e procedure d’urgenza per lo sgombero;

– rivolte in strutture di detenzione: pene fino a 8 anni per chi organizza o partecipa a rivolte in carcere o nei CPR, includendo anche la resistenza passiva;

– manifestazioni non autorizzate: possibilità che il Prefetto disponga sanzioni amministrative fino a 10.000 euro (e, in talune ipotesi, 12.000) nei confronti di chi promuove o prende parte a iniziative non autorizzate. La conseguenza non è meramente simbolica: l’esercizio della libertà di manifestazione viene esposto a un rischio economico elevato, con un prevedibile effetto dissuasivo soprattutto sui soggetti più fragili e sulle forme di mobilitazione non strutturate, cioè tutte quelle che trovano minori tutele in ambito politico.

Questo vale in modo particolare per le mobilitazioni ambientali. C’è un paradosso difficile da ignorare: mentre la tutela dell’ambiente è stata rafforzata in Costituzione (artt. 9 e 41, riforma del febbraio 2022), l’azione collettiva che rivendica tutela dei territori e responsabilità pubbliche tende a incontrare strumenti sempre più incisivi di controllo e repressione mentre, nel frattempo, crisi climatica e inquinamento si manifestano in forme concrete e distruttive che richiederebbero scelte politiche efficaci e urgenti.

Eppure la crisi climatica non è un tema astratto. Si potrebbe imboccare la strada di una transizione seria, con tempi e passaggi ragionevolmente rapidi, sostenuta da investimenti nel ripristino e nella tutela della natura, anche in mare, nella transizione energetica e nell’eliminazione di sostanze pericolose. E invece no: ulteriori interventi pro-fossili (come il “decreto bollette”, che favorisce le importazioni di gas), ipotesi di “rinascita del nucleare” e interventi infrastrutturali fantasiosi (e dannosi), come il ponte sullo Stretto di Messina.

Il quadro è aggravato da una corsa al riarmo che rischia di normalizzare un orizzonte di escalation e violenza. Il conflitto, anziché essere affrontato nel merito, viene spostato sul piano dell’ordine pubblico.

In questa direzione si colloca anche l’osservazione dell’ex Capo della Polizia Gabrielli, secondo cui “moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave” relative alla gestione dell’ordine pubblico in una democrazia. È una chiave di lettura interessante: invece di interrogarsi sulle cause delle proteste, si interviene su chi protesta.

In un contesto in cui la crisi ambientale non può più essere confinata a tema settoriale, l’intensità delle mobilitazioni mette in luce la distanza tra l’urgenza materiale dei problemi e la lentezza (o l’ambiguità) delle risposte politiche. La crisi climatica e l’inquinamento, infatti, producono effetti misurabili sulla salute e sulle condizioni di vita.

In questa cornice, richiami come quelli del Lancet Countdown, che da anni evidenzia l’intreccio tra riscaldamento globale e rischi sanitari, rafforzano il carattere strutturale, non episodico, delle rivendicazioni, anche alla luce dei dati sulle morti attribuite a eventi estremi, ondate di calore e inquinamento atmosferico (in tutto il mondo ogni anno muoiono circa 16.000 persone per eventi estremi, oltre 150.000 da polveri sottili causate da incendi forestali, più di 550mila per le ondate di calore e più di due milioni e mezzo di persone muoiono a causa delle polveri sottili che derivano dalla combustione di fonti fossili).

Quando manifestare diventa rischioso, non è solo l’ordine pubblico a essere in gioco ma soprattutto la qualità dello spazio democratico e la possibilità, per la cittadinanza, di incidere sulle decisioni che la riguardano.

L'articolo Il decreto Sicurezza restringe il diritto di protesta e colpisce gli attivisti climatici: cosa teme la politica? proviene da Il Fatto Quotidiano.






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