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Sulla riforma elettorale la destra dice di voler mettere la quarta: “Se il centrosinistra dice no, andiamo avanti”

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Finora il rapporto tra il centrodestra di governo e le riforme è stato così così, si può dire con eufemismo. L’ultima volta è finita con la Caporetto al referendum sulla separazione delle carriere, con oltre 14 milioni di no. Ora però la maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni vuole riprovarci, questa volta non con una legge costituzionale, ma con una norma ordinaria per cambiare il sistema elettorale, a poco meno di un anno e mezzo dal ritorno alle urne per le Politiche. Giovedì prossimo sono in programma le prime votazioni in commissione Affari costituzionali. E’ probabile che si scelga insomma il “testo base”, quello da cui partire. “Qualora disgraziatamente nel centrosinistra dovesse prevalere ancora una volta il partito del no a prescindere dal merito – osserva il presidente della Affari Costituzionali al Senato, Alberto Balboni di Fdi – credo che le forze più responsabili presenti in Parlamento dovranno assumersi la responsabilità di prendere comunque l’iniziativa e portare a termine la riforma. La democrazia non è una discussione infinita, ma la capacità di prendere le decisioni necessarie”. Un concetto che in effetti il centrodestra aveva già usato per il referendum costituzionale di fine marzo.

Il testo che fino a qualche settimana fa aveva più forza è quello che è stato ribattezzato “Stabilicum” perché si presume dia maggiore forza alla coalizione vincente. E’ frutto di un accordo interno al centrodestra. In sostanza eliminerebbe i collegi uninominali (quel poco di legame tra eletto ed elettore che ha il Rosatellum, la legge attualmente in vigore), si svilupperebbe con un proporzionale puro con un maxi premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, la metà al Senato) allo schieramento che supera il 40 per cento. Se nessuno lo supera si prevede un ballottaggio tra le prime due coalizioni. Non ci sono le preferenze, anche se almeno su questo Fratelli d’Italia sembra più possibilista. L’accordo non modifica le soglie di sbarramento previste dal Rosatellum: 3% a livello nazionale per i singoli partiti che non si presentano in coalizione, 10% per le coalizioni.

Al centrosinistra, almeno a parole, questa proposta non piace, al momento. Il centrodestra tra l’altro vuole allargare il tema della legge elettorale anche alle norme per il voto degli italiani all’estero. Quota che potrebbe essere determinante se il risultato dovesse essere sul filo. Nel mirino sia le modalità di assegnazione dei seggi che di voto, con il superamento di quello postale in favore di una votazione in presenza nei consolati. Nessun riferimento, come al solito, ai fuorisede.

L’iter della legge è appena partito a Montecitorio ma, almeno per il momento, si prospetta un muro contro muro. La maggioranza garantisce volontà di confronto. “Si parte dal testo della maggioranza ma si può discutere di preferenze, dell’entità del premio di maggioranza, della soglia da cui scatta… Non c’è alcuna blindatura”, assicura il presidente della Affari Costituzionali a Montecitorio, Nazario Pagano. Assicurazioni che non convincono le opposizioni. “Trucchetti“, il commento della capogruppo dem in commissione, Simona Bonafè, insieme ai rappresentanti delle altre forze di centrosinistra che nei prossimi giorni potrebbero istituire un tavolo per coordinarsi nei lavori, riferiscono fonti parlamentari all’Adnkronos.

Nelle prossima seduta verrà fissato il calendario delle audizioni con tempi già delineati dal presidente Pagano: l’obiettivo è l’ok della legge alla Camera entro l’estate, per arrivare al via libera definitivo al Senato entro l’anno, anche se è come sempre un periodo più che complicato per via della legge di Bilancio che tra l’altro quest’anno si annuncia come tutt’altro che una passeggiata.

L'articolo Sulla riforma elettorale la destra dice di voler mettere la quarta: “Se il centrosinistra dice no, andiamo avanti” proviene da Il Fatto Quotidiano.






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