Trump nuove minacce all’Iran se non aprirà lo Stretto di Hormuz, mentre la sua popolarità è in crollo
Le nuove minacce di Donald Trump contro l’Iran segnano un ulteriore salto di tono in una retorica sempre più aggressiva, ma rivelano anche un elemento di debolezza politica. Il presidente continua a usare un linguaggio da ultimatum – «48 ore» prima che «l’inferno si abbatta» – che richiama più la logica del bullo che quella della diplomazia internazionale.
Dietro questa escalation verbale, però, emerge un problema più profondo: Trump sembra non avere una strategia chiara per uscire da un conflitto che lui stesso ha contribuito ad accendere. Dopo aver proclamato di aver «completamente distrutto» l’Iran, la necessità di “finire il lavoro” tradisce il rischio di un coinvolgimento militare prolungato, senza obiettivi definiti né un percorso credibile verso la de-escalation.
Anche sul piano interno, la postura muscolare della Casa Bianca non convince. Negli Stati Uniti crescono le critiche, non solo tra i democratici ma anche in settori del fronte conservatore, dove si moltiplicano i timori per un’altra guerra costosa e potenzialmente fuori controllo. La promessa trumpiana di evitare nuovi conflitti all’estero appare sempre più distante dalla realtà.
Così, mentre il presidente alza i toni e minaccia di «prendere il petrolio» e «fare una fortuna», il sospetto è che la retorica serva soprattutto a coprire un’impasse: quella di un leader che continua a rilanciare, ma che non ha ancora trovato una via d’uscita credibile da una crisi che rischia di sfuggirgli di mano.
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