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Cechia, esegesi di una storia tennistica: Lehecka, Mensik e Machac ‘studiano’ da Berdych

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Il tennis è uno sport che sa di tradizione. Regala squarci di un mondo sospeso in un tempo immutabile, che la modernità non riesce a corrompere nella sua essenza.
La storia della racchetta conta di svariati capitoli destinati a non esaurirsi mai. Ogni pagina è scritta dalle imprese dei protagonisti e dalle stravaganze dei personaggi iconici.

E proprio lì, tra quelle righe, si insinuano, con discrezione composta, gli eventi di uno dei Paesi tennistici per eccellenza. La Repubblica Ceca – che chiameremo Cechia come da qualche tempo vuole l’uso sportivo – è andata forgiando negli anni i crismi di una vera e propria scuola. Perfezione tecnica e eleganza del gesto atletico fanno parte del DNA dei tennisti provenienti dalla Nazione mitteleuropea.

A colpire è la continuità con cui la Cechia da decenni riesca a costruire senza soluzione di continuità giocatori potenzialmente da vertici mondiali, affermandosi come una straordinaria fucina di talenti. I tratti distintivi del tennis ceco sono tramandati di generazione in generazione senza estinguersi. Se si pensa che questo Stato conta poco meno di 11 milioni di abitanti, la dimensione del suo movimento tennistico assume proporzioni difficilmente rintracciabili altrove – la Svezia meriterebbe un approfondimento a parte per ciò che è riuscita a produrre tra gli anni Settanta e Novanta, ma la costanza della Repubblica Ceca è sconosciuta al Paese scandinavo, ormai in una crisi irreversibile.

La nouvelle vague del tennis ceco: Lehecha, Machac e Mensik ribaltano i rapporti di forza

Che si tratti di tennis al maschile o al femminile alla Cechia non è mai importato. Perché la scuola ceca è sempre stata in grado di crescere figli e figlie con lo stesso tasso di gloriosa attenzione, grazie alla capillare distribuzione di circoli.

Negli ultimi anni, tuttavia, la tendenza ha sorriso al mondo WTA. La due volte campionessa di Wimbledon Petra Kvitova, l’ex numero 1 del mondo Karolina Pliskova, a cui è mancato solo il Major, e Lucie Safarova per il doppio si sono imposte sullo scenario mondiale nel decennio passato.
Il ricambio generazionale è stato rapido, come se il tennis ceco soffrisse di un horror vacui di fondo. Allora sono arrivate Marketa Vondrousova, capace di approdare in finale al Roland Garros nel 2019 a 20 anni e di trionfare a Wimbledon nel 2023, la pluricampionessa Slam tra singolare e doppio Barbora Krejcikova e l’elegantissima Karolina Muchova. Senza dimenticare Katerina Siniakova, che in doppio ha completato il Career Golden Slam insieme a Krejcikova.

Non meraviglia, dunque, che la Cechia sia la seconda squadra per trionfi in Billie Jean King Cup – nelle varie denominazioni – a due sole lunghezze dagli Stati Uniti, anche se la coppa manca dal 2018.

Attualmente in top 100 sono presenti 9 bandierine ceche, con Muchova a fare da capofila al numero 11. Linda Noskova, Sara Bejlek e Tereza Valentova sono i nomi nuovi da attenzionare.

Traguardi splendenti che neppure i continui infortuni occorsi alle protagoniste possono scalfire.
Certo è che, in attesa della fioritura completa della Gen Z, i problemi fisici delle veterane stanno variando i rapporti di forza in casa ceca.

Jiri Lehecka, Tomas Machac e Jakub Mensik sono nella fase di trasformazione in veri e propri trascinatori del movimento nazionale.

La Cechia troverà il suo campione?

Quando non aveva ancora compiuto 20 anni, Mensik ha sbaragliato la concorrenza vincendo il suo primo titolo ATP a Miami. Non è andato per il sottile il nativo di Prostejov. Ha mirato subito al bersaglio grosso, che è coinciso con un Masters 1000.

365 giorni dopo, Lehecka ha provato la via dell’emulazione del connazionale, ma gli è mancato l’ultimo colpo per fermare Jannik Sinner. A quasi 25 anni Jiri, che ha appena ristabilito il proprio best ranking al numero 14, sta mettendo insieme gli ultimi pezzi del proprio gioco per compiere il salto di qualità rimasto strozzato nel 2024, quando un infortunio alla schiena lo ha bloccato in semifinale a Madrid, rallentandone la crescita.

Sarebbe erroneo pensare che la Cechia faccia all-in su Mensik, ma il classe 2005 rimane la speranza più luminosa. Dopo il successo di Miami, Jakub ha pagato la scarsa continuità, però le sue qualità, che lo hanno portato a battere Sinner a Doha, sono innegabili e necessitano solamente del tempo per affinarsi.

A completare il podio del tennis ceco è Tomas Machac. Il 25enne di Beroun è un caso contraddittorio. Pur dotato del gioco tipico della scuola da cui proviene, da sempre alterna prove maiuscole a sconfitte contro pronostico. E i continui infortuni sicuramente non giovano a una carriera che avrebbe ancora qualcosa da dire.

La speranze sono attualmente riposte in questi tre nomi, con il sogno mai sopito di riportare a Praga la Coppa Davis, a distanza di 13 anni dall’ultima volta.
La scorsa edizione la Cechia era una delle compagini più accreditate per il successo finale. Con Italia e Spagna orfane dei propri numeri 1 e la Francia turbata dalle defezioni, i ragazzi capitanati da Tomas Berdych parevano lanciati verso la vittoria. Ma, come spesso è successo loro, si sono sciolti sul più bello, cadendo ai quarti per mano degli spagnoli senza Alcaraz.

A conferma dell’impressionante continuità di talenti, circola già l’identità del prossimo talentino ceco. Si tratta di Maxim Mrva.
Nato nel 2007 a Prostejov, città di Mensik, sta accrescendo il proprio curriculum nel circuito Challenger, dopo una carriera di spicco a livello Junior, con il titolo in doppio allo US Open 2024 insieme a Rei Sakamoto.
A Torino, in occasione delle ATP Finals, Mrva si è allenato insieme a Sinner, destando ottime sensazioni ai presenti. Inoltre ha già debuttato in Coppa Davis, durante le qualificazioni dello scorso anno, ripagando la fiducia accordatagli da Berdych con una vittoria – nel 2026, invece, sempre nei Qualifiers, non ha fatto il bis, ma la sua sconfitta è risultata infine ininfluente nella sfida contro la Svezia.

Sulle orme di Tomas Berdych

Proprio Tomas Berdych è l’esempio più vicino per la suddetta generazione. Il capitano non giocatore di Davis è sicuramente un’ispirazione: 13 titoli ATP distribuiti su tutte le superfici, tra cui il Masters 1000 di Parigi allora Bercy, semifinali nella totalità degli Slam con la finale a Wimbledon e un picco in classifica fino al numero 4.

Un percorso brillante, soprattutto se contestualizzato nell’era dei Big Three.
Per questo, Lehecka, Mensik e Machac spesso citano Berdych come icona tennistica. Le loro date di nascita li pongono al confine tra l’età della coscienza e del ricordo sfumato.

È come se se seguissero le orme dell’ex numero 4 ATP per provare a chiudere quel cerchio rimasto inconcluso da Tomas.
Forse parlare di rimpianti per la carriera di Berdych è esagerato. Però quando è stato il momento di prendersi lo spazio lasciato libero dai mostri sacri, non è stato all’altezza di Stan Wawrinka o Marin Cilic – e figuriamoci di Andy Murray.

Wawrinka e Cilic sono stati due moderni Prometeo per alcuni versi, riuscendo a strappare titoli Slam a Rafael Nadal, Roger Federer e Novak Djokovic – gli unici insieme a Murray negli anni 2010.

Quando gli dei sono scesi dall’Olimpo per confondersi tra gli umani, quando i Big Three si sono riscoperti più terreni che mai, il ceco non si è seduto al banchetto.

Nel 2014, anno del primo Slam di Wawrinka all’Australian Open, Berdych si è fermato in semifinale proprio contro lo svizzero. E in una finale in cui Nadal è stato bloccato da un problema alla schiena… Chissà.
Situazione pressoché analoga allo US Open pochi mesi dopo: Tomas ha ceduto il passo ai quarti a Cilic, poi vincitore del torneo su Kei Nishikori.

Almeno nel suo palmares l’ex tennista è riuscito a inserire ben due Coppe Davis delle tre nella bacheca ceca: la doppietta del 2012 e 2013, su cui ha posto la firma insieme a Radek Stepanek, è il dovuto riscatto.

In Cechia si fa la storia: da Navratilova a Lendl, quando la politica sfonda i confini

Gli anni passano e la linea temporale allontana il presente dalle imprese storiche. La Cechia è una delle protagoniste del tennis sin da quando era tutt’uno con la Slovacchia.

I conflitti intestini della politica, quando ancora era un Paese destinato a sparire dalle cartine geografiche denominato Cecoslovacchia, probabilmente l’hanno privato di successi che potevano essere molto più copiosi.
Martina Navratilova è nata in Boemia, ma dal 1975 fin quando non ha ottenuto la cittadinanza statunitense ha vissuto da apolide. La cortina di ferro non risparmiò il tennis e il regime di stampo sovietico deluse Navratilova. La pluricampionessa Slam tornò nella terra natia solamente 11 anni dopo, in occasione della finale di Federation Cup insieme al Team USA, poi vittorioso.

L’allora Cecoslovacchia non ha goduto dei successi di Martina, arrivati tutti sotto l’egida a stelle e strisce.
Al contrario di Ivan Lendl, che per quasi l’intera carriera ha rappresentato la nazione d’origine, prima della naturalizzazione statunitense.

Il campione di Ostrava guidò la compagine cecoslovacca verso la prima Davis della sua storia. Nel 1980 a Praga, l’Italia fu piegata da Lendl e Tomas Smid. Era il canto del cigno della squadra azzurra, degli ‘eroi di Santiago’.
In un clima tipico da anni Ottanta, uno dei protagonisti in campo fu il giudice di sedia dell’incontro tra Adriano Panatta e Smid, che, tra una svista e l’altra, indirizzò la sfida. Un avvocato fiorentino presente sugli spalti protestò con veemenza alle ingiustizie e venne portato via dalla polizia. Solo l’intercessione dell’allora presidente FIT Paolo Galgani risolse la questione e il match riprese dopo una pausa prolungata. Anche il giornalista Mario Giobbe fu attenzionato dalle forze dell’ordine e fu costretto a cancellare le prove del pasticciaccio con il tifoso italiano.

Storia che parla di tennis, tennis che si intreccia con le relazioni internazionali.
Non ultimo, Petr Korda, che mai ha rinnegato la patria. Il campione dell’Australian Open 1998, però, si è trasferito in Florida, dove sono nati i suoi tre figli. Sebastian segue la strada del padre, ma con una bandiera diversa.






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